Espropriazione per pubblico interesse. Rassegna Giurisprudenziale di Cassazione 2013 – 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO   Salvatore                         –  Presidente   –  Dott. DI AMATO  Sergio                            –  Consigliere  –  Dott. BENINI    Stefano                      –  rel. Consigliere  –  Dott. GIANCOLA  Maria Cristina                    –  Consigliere  –  Dott. CAMPANILE Pietro                            –  Consigliere  –  ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 4735-2008 proposto da: MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE, in persona del Ministro pro  tempore, domiciliato  in  ROMA,  VIA DEI PORTOGHESI  12,  presso  l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;                                                        – ricorrente –                                contro                T.A.   (c.f.   (OMISSIS)),    elettivamente domiciliato in ROMA, VIA XX SETTEMBRE 3, presso lo STUDIO SANDULLI  & ASSOCIATI,  rappresentato  e  difeso dall’avvocato  NARDONE  ANTONIO, giusta procura a margine del controricorso;                                                  – controricorrente – avverso  la  sentenza n. 3564/2007 della CORTE D’APPELLO  di  NAPOLI, depositata il 16/11/2007; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 25/06/2014 dal Consigliere Dott. STEFANO BENINI; udito,  per  il  ricorrente, l’Avvocato F. CLEMENTE  che  ha  chiesto l’accoglimento del ricorso; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Con atto di citazione notificato il 13.10.1989, T.A. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Napoli l’Azienda per la promozione e lo sviluppo del Mezzogiorno, chiedendone la condanna all’indennizzo per il deprezzamento dell’immobile di sua proprietà, sito in (OMISSIS), a seguito della costruzione di depuratore per il disinquinamento del golfo di Napoli, che aveva determinato, anche a causa del cattivo funzionamento, esalazioni nauseabonde e rumori intensissimi.

Si costituiva in giudizio la convenuta, contestando il fondamento della domanda, di cui chiedeva il rigetto.

  1. Avverso la sentenza di primo grado del 25.6.2001, che condannava il Ministero dei lavori pubblici, succeduto all’Azienda, al pagamento della somma di lire 1.800.000.000, proponeva appello il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.
  2. Con sentenza depositata il 16.11.2007, la Corte d’appello di Napoli rigettava il gravame: la proprietà dell’attore sui cespiti danneggiati doveva ritenersi provata in causa, e la costruzione degli immobili era da ritenere legittima alla stregua delle concessioni rilasciate, anche in sanatoria, anteriormente alla messa in funzione degli impianti; la condanna era stata inflitta in applicazione della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46, risultando provata la permanenza del danno derivante dall’opera pubblica, a causa di scuotimenti, vibrazioni, rumori, ed esalazioni nocive. La titolarità passiva dell’obbligo risarcitorio era del Ministero (e non della Regione), essendo lo stesso succeduto all’Azienda per la promozione e lo sviluppo del Mezzogiorno nel contenzioso pendente.
  3. Ricorre per cassazione l’Avvocatura generale dello Stato per conto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, affidandosi a cinque motivi, illustrati da memorie, al cui accoglimento si oppone con controricorso T.A..

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo di ricorso, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, denunciando omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa la preesistenza dell’immobile al depuratore (art. 360 c.p.c., n. 5), censura la sentenza impugnata per non aver tenuto conto che il T. realizzò i villini quando il progetto dell’opera era stato già approvato e la costruzione iniziata, quindi con la consapevolezza delle conseguenze derivanti dal funzionamento del depuratore.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, denunciando insufficiente motivazione circa la legittima edificazione dell’immobile (art. 360 c.p.c., n. 5), censura la sentenza impugnata per non aver verificato, a prescindere dal rilascio di permessi alla costruzione, la legittimità dell’intervento edilizio, atteso che sulla zona, a carattere agricolo, grava vincolo di inedificabilità per la presenza di testimonianze archeologiche.

1.3. Con il terzo motivo di ricorso, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, denunciando violazione e falsa applicazione della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46 (art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza impugnata per aver applicato tale norma, riguardante le conseguenze sfavorevoli da un’attività lecita della pubblica amministrazione, quale la costruzione dell’opera pubblica, piuttosto che l’art. 2043 c.c., pur se l’attore aveva lamentato il danno “dal cattivo funzionamento del depuratore”, e nonostante che l’espropriazione abbia preceduto la costruzione degli immobili da parte del T..

1.4. Con il quarto motivo di ricorso, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, denunciando insufficiente motivazione circa il nesso causale tra il pregiudizio lamentato e l’edificazione del depuratore (art. 360 c.p.c., n. 5), censura la sentenza impugnata per non aver tenuto conto che il deprezzamento lamentato è conseguenza non della costruzione del depuratore, ma della condotta abusiva del T., che costruì i villini nella piena consapevolezza dell’esistenza del limitrofo depuratore.

1.5. Con il quinto motivo di ricorso, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, denunciando insufficiente motivazione circa la legittimazione passiva (art. 360 c.p.c., n. 5), censura la sentenza impugnata per aver ascritto la titolarità passiva dell’obbligo risarcitorio al Ministero, mentre la gestione del depuratore, da cui derivano i lamentati danni per il cattivo funzionamento, spetta alla Regione.

2.1. Il primo motivo è fondato.

La giurisprudenza di questa Corte ha affermato che in tema di indennità di asservimento, prevista dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46, va fornita la prova della data di ultimazione dei lavori relativi all’immobile rispetto a quella di approvazione del progetto esecutivo dell’opera pubblica a partire dalla quale l’interessato ha piena conoscenza della stessa, atteso che tale data non solo rileva ai fini della sanatoria dei fabbricati costruiti senza licenza e in contrasto con vincoli che comportano l’inedificabilità assoluta, ma costituisce elemento determinante anche ai fini del riconoscimento dell’indennizzo per l’asservimento, in forza del principio generale che nessuno può trarre vantaggio dall’attività illecita posta in essere (Cass. 10.3.2008, n. 6272).

Ne consegue che non competendo l’indennizzo in relazione a edifici costruiti in assenza di concessione edilizia, e rappresentando la legittimità urbanistica del manufatto il presupposto del pregiudizio indennizzabile, ove si tratti di immobile costruito abusivamente, e con riguardo al quale sia stata successivamente avanzata istanza di condono edilizio ai fini della determinazione della condizione urbanistica dello stesso, si richiede l’accertamento della circostanza dell’avvenuto rilascio della concessione in sanatoria, non essendo sufficiente la sola considerazione della presentazione della predetta istanza (Cass. 4.9.2004, n. 17881; 13.9.2005, n. 18125; 15.11.2007, n. 23627). Tale principi vanno ora precisati, sotto due profili: quello della diacronia dell’esecuzione delle opere private per le quali si lamenta un danno dalla costruzione dell’opera, rispetto a quelle pubbliche la cui presenza è foriera dei danni; e quello della legittimità amministrativa delle opere.

Sotto il primo profilo, è principio in materia di indennizzi connessi alla realizzazione delle opere pubbliche, quello della irrilevanza delle opere realizzate allo scopo di lucrare indennità, tali considerandosi, per presunzione di legge, quelle eseguite successivamente alla pubblicazione del piano di esecuzione delle opere (L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 43). Tale principio non può non essere applicato anche alla speciale indennità per imposizione di una servitù pubblica o comunque per il deprezzamento di cui il fondo risenta a seguito dell’esecuzione dell’opera pubblica, prevista nello stesso corpus normativo sulle espropriazioni, dall’art. 46:

identiche considerazioni possono svolgersi all’attualità (ma non riguardano le vicende della presente causa, ancora regolate ratione temporis dalla L. n. 2359 del 1865), in base al D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, artt. 44 e 32, comma 2.

Il secondo profilo attiene alla legittimità della posizione di vantaggio della quale il proprietario lamenti la lesione per effetto dell’opera pubblica.

Il principio di carattere generale, desumibile dalla normativa sia urbanistica, che espropriativa (L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 16, comma 6), per cui il proprietario non può trarre beneficio alcuno dalla sua attività illecita, comporta che nella determinazione indennitaria non deve tenersi conto delle costruzioni abusive (D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 38, comma 2; art. 44, comma 2, specificamente per l’imposizione di servitù; anteriormente all’entrata in vigore del t.u. espropriazioni: Cass. 9.4.2002, n. 5046; 30.11.2006, n. 25523; 14.12.2007 n. 26260; 21.2.2011, n. 4206).

Gli effetti della sanatoria edilizia, per cui attraverso il controllo postumo di regolarità alla stregua della disciplina urbanistica al momento della costruzione e al momento della sanatoria (L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 13), l’edificio è da considerare legittimo, comportano che non ha rilievo che al momento della costruzione, esso non fosse munito del titolo abilitativo alla costruzione. L’originaria abusività di un immobile, oggetto di successiva sanatoria, non osta al risarcimento del danno allo stesso cagionato da costruzioni su terreno confinante, atteso che l’immobile sanato, non essendo più incommerciabile, è in grado di risentire della correlata diminuzione di valore commerciale (Cass. 11.9.2013, n. 20849).

L’indennizzo previsto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 46, dunque, non può essere negato ove l’illiceità sia esclusa dal controllo postumo sulla regolarità amministrativa della costruzione (Cass. 19.5.2014, n. 10955).

La combinazione dei principi ora enunciati comporta che il danno permanente, indennizzabile ai sensi della norma richiamata, può essere invocato dal proprietario che abbia iniziato l’opera anteriormente all’approvazione del progetto di opera pubblica, a condizione, tuttavia, che la costruzione sia legittimamente assentita dall’amministrazione, sia pure a posteriori, attraverso un permesso costruttivo in sanatoria.

Rovesciando la prospettiva, l’indennizzo non compete per le costruzioni abusive, o non ancora sanate (a meno che il proprietario non lamenti un danno generico alla proprietà del fondo inedificato, ad esempio per la sopravvenuta impraticabilità delle colture agricole: l’art. 46 indennizza i proprietari “dei fondi”), e nemmeno per quelle opere la cui realizzazione sia iniziata successivamente all’approvazione del progetto dell’opera pubblica dalla cui realizzazione il proprietario abbia ragione di temere la compressione delle proprie facoltà dominicali. Alla luce delle considerazioni ora svolte, vanno avvalorate le doglianze della ricorrente Avvocatura generale, che a ragione riscontra una carenza di motivazione, sotto il profilo di una insoddisfacente ricostruzione dei fatti, sia riguardo all’anteriorità dell’approvazione del progetto di opera pubblica (1975?) rispetto all’inizio della fabbricazione degli edifici privati (1976?), sia rispetto alla loro legittimità con riguardo agli atti amministrativi di verifica della conformità urbanistica (alla licenza edilizia del 1976 avrebbero fatto seguito concessioni in sanatoria nel 1981, la cui riferibilità agli immobili per i quali si pretende l’indennizzo per la perdita di valore appare confusa al confronto con la complessa articolazione costruttiva dei lavori, rilevata dal c.t.u. nella relazione 12.7.1999). Correttamente la ricorrente si chiede, nella sintesi conclusiva del primo mezzo d’impugnazione, che senso abbia invocare l’art. 46 per costruzioni iniziate dopo l’inizio del depuratore.

All’esito della cassazione della sentenza in parte qua il giudice di rinvio procederà ad una nuova valutazione dei fatti espletando in modo più completo l’obbligo di motivazione.

2.2. Il secondo motivo è assorbito.

Nella rinnovata valutazione delle vicende costruttive (e amministrative) il giudice verificherà che tutti gli immobili, della cui perdita di valore si è chiesto l’indennizzo, siano assistiti dalle autorizzazioni previste dalla legge, in particolare riguardo agli aspetti inerenti la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico.

2.3. E’ fondato anche il terzo motivo.

L’art. 46 della legge fondamentale sulle espropriazioni per pubblica utilità, assicura l’indennizzo a tutte le ipotesi di danno permanente alle private proprietà immobiliari, legato all’opera pubblica da un nesso di causalità obiettiva. Tale disposizione configura una forma di responsabilità per atto legittimo, che si differenzia nettamente dal risarcimento dei danni derivanti da attività illecita, ex art. 2043 c.c., il quale ultimo presuppone il fatto doloso o colposo della p.a., trattandosi di azioni che si distinguono tanto per il petitum quanto per la causa petendi (Cass. 11.6.2003, n. 9341; 9.9.2004, n. 18172). Conseguentemente, non è consentito al giudice accogliere la domanda sotto un profilo diverso da quello invocato attraverso l’esercizio dell’una o dell’altra azione (Cass. 2.4.2001, n. 4790).

Nella stessa esposizione dell’atto introduttivo del giudizio i danni, costituiti da esalazioni nauseabonde provenienti dalle vasche dei liquami, deriverebbero da carenze costruttive e di impermeabilizzazione interna (quindi da difetti funzionali e non intrinseci), tanto che l’irreversibile degrado, secondo la narrazione in fatto della sentenza, deriverebbe sia per l’illegittima ubicazione, sia per il cattivo funzionamento della struttura.

Il giudice di merito assume la presenza delle tre condizioni richieste dall’art. 46 (danno permanente, nesso di causalità, diminuzione di valore del bene), ma non verifica l’origine degli inconvenienti, se derivanti, in tutto o in parte, dall’opera pubblica in sè, o dal cattivo funzionamento (imputabile a colpa del gestore), come la premessa in fatto dell’atto introduttivo del giudizio ammetteva.

2.4. Il quarto motivo è assorbito dal primo, del quale ripete sostanzialmente la censura.

2.5. E’ fondato il quinto motivo, giacchè alla luce di una doverosa verifica dell’origine ontologica o funzionale degli inconvenienti, possono stabilirsi le responsabilità, nel primo caso, del costruttore, nel secondo caso, diversamente, del gestore dell’impianto.

  1. La sentenza va cassata in accoglimento del ricorso, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli, che provvedere anche alle spese di questo giudizio di legittimità.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie il primo, il terzo ed il quinto motivo di ricorso, assorbiti il secondo e il quarto. In relazione alle censure accolte cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 25 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 12 settembre 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. CECCHERINI Aldo                               –  Presidente   -Dott. FORTE      Fabrizio                           –  Consigliere  -Dott. BERNABAI   Renato                             –  Consigliere  -Dott. BENINI     Stefano                            –  Consigliere  -Dott. GIANCOLA   Maria Cristina                –  rel. Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 27275 – 2007 proposto da:          P.S.  (C.F.  (OMISSIS)),         PR.SI.  (C.F. (OMISSIS)),   elettivamente   domiciliati   in   ROMA,   VIA GIAMBATTISTA VICO 1, presso l’avvocato CAPPABIANCA FERDINANDO, che li rappresenta  e  difende  unitamente  all’avvocato  GIARDINI  LORENZO, giusta procura a margine del ricorso;                                                        – ricorrenti –                                contro COMUNE  DI  VERONA, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato  in  ROMA,  VIALE  LIEGI 32,  presso  l’avvocato  CLARICH MARCELLO,  che  lo  rappresenta  e  difende  unitamente  all’avvocato CAINERI GIOVANNI ROBERTO, giusta procura a margine del controricorso;                                                  – controricorrente –                                contro PROVINCIA DI VERONA;                                                          – intimata – avverso  la  sentenza n. 1108/2006 della CORTE D’APPELLO di  VENEZIA, depositata il 28/07/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 02/04/2014 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA; udito,  per  i ricorrenti, l’Avvocato FERDINANDO CAPPABIANCA  che  ha chiesto l’accoglimento del ricorso; udito,  per il controricorrente, l’Avvocato CHIARA CARLI, con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 9.8.1990 al Comune ed alla Provincia di Verona, S. e Pr.Si., quali comproprietari in (OMISSIS), di un appezzamento di terreno su cui insisteva una cava di ghiaia, premesso che il convenuto Comune aveva assoggettato a procedimenti di occupazione d’urgenza, con decreti del 9.3.1987 e del 22.2.1988, e di espropriazione, definito con decreto in data 1.03.1993 emesso dal Presidente della Provincia di Verona, due porzioni del loro compendio, estese rispettivamente mq. 1081 e mq.

11465, e così in totale mq. 12.546, urbanisticamente inserititi nel PEEP, e premesso altresì che la Commissione Provinciale di Verona in data 22.9.1989 aveva notificato loro l’indennità definitiva, determinata nella misura, a loro parere insufficiente, di complessive L. 376.380.000, calcolata in ragione di L. 20.000 al mq. per l’esproprio e di L. 10.000 al mq. per il mancato reddito da esercizio dell’attività estrattiva, proponevano, dinanzi alla Corte d’Appello Venezia, opposizione alla stima dell’indennità in questione. Con sentenza dell’11.04 – 28.07.2006 la Corte di appello di Venezia, dichiarava il difetto di legittimazione passiva della contumace Provincia di Verona ed anche in base all’esito delle consulenze tecniche d’ufficio, determinava l’indennità di espropriazione nella complessiva somma di Euro 904.652,27, con gli interessi legali e il maggior danno da svalutazione monetaria a decorrere dal 1.3.1993;

disponeva, inoltre, se non già effettuato, il deposito da parte del Comune di Verona della predetta somma presso la Cassa Depositi e Prestiti; rigettava ogni altra domanda, compensava tra le due parti costituite le spese del giudizio e poneva le spese di CTU a carico di entrambe, in ragione del 50% ciascuna. Per quanto ancora possa rilevare la Corte territoriale osservava e riteneva che:

il terreno espropriato, esteso complessivamente mq 12.546, era interamente compreso nel perimetro di un più vasto appezzamento soggetto ad attività estrattiva di cava, autorizzata dalla Giunta Regionale del Veneto con delibera n. 1941 dell’8.4.1980, non modificata dalla successiva delibera G.R. n. 3858 del 9.8.1994;

risultava altresì che al momento dell’emissione del decreto di espropriazione (1.03.1993) l’area in questione era urbanisticamente inclusa in Zona PEEP e, dunque, di natura edificabile;

tuttavia, nonostante le diverse caratteristiche dell’area espropriata, ai fini della determinazione dell’indennità non era consentito tenere conto sia della destinazione edificatoria del terreno che del valore del giacimento minerario, come preteso dagli espropriati, e doveva invece privilegiarsi il valore economico della cava, rilevante in caso di compravendita immobiliare, e, dunque, farsi riferimento al mancato ricavo, desunto dal valore del volume di materiale inerte suscettibile di estrazione, depurato dei costi industriali di produzione e delle spese di ricomposizione ambientale, cui doveva aggiungersi il valore residuo (Euro 38.697,92) dell’area stessa all’esaurimento del giacimento;

tenuto conto del fatto che anche gli attori concordavano nei ritenere che il valore residuo del terreno al termine del giacimento era di Euro 38.697,92 (mq 12.546 x Euro 3,10, pari al valore a metro quadrato di un terreno seminativo irriguo), i mancati ricavi degli attori ammontavano in totale ad Euro 1.320.605,92;

dal mancato ricavo, pari come detto ad Euro 1.320.605,92, andavano detratti i costi industriali, pari ad Euro 217.890,39, e i costi per la ricomposizione ambientale, pari complessivamente ad Euro 198.063,26, determinandosi quindi in Euro 904.652,27 il reddito non goduto dai proprietari in conseguenza dell’esproprio dell’area in questione;

poichè inoltre in caso di espropriazione di una cava, l’indennità di espropriazione poteva essere determinata, come nella specie, in ragione dei mancati proventi che il proprietario avrebbe potuto conseguire per effetto dell’esercizio dell’attività estrattiva, in regime di libera contrattazione, fino ad esaurimento della cava medesima, non era configurabile la produzione dì reddito in periodi e per causa diversi dall’utilizzo della stessa, per cui doveva escludersi un ulteriore indennizzo a titolo d’indennità di occupazione legittima;

tenuto conto della particolarità della fattispecie e del contenuto della decisione, per la quale non era stato accolto interamente nè l’assunto degli attori nè quello del convenuto Comune, appariva equo compensare interamente le spese dei giudizio. Avverso questa sentenza S. e Pr.Si. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi e notificato il 25-29.10. 2007 sia alla Provincia di Verona, che non ha svolto attività difensiva, e sia al Comune di Verona, che il 4-5/6.12.2007 ha resistito con controricorso e depositato memoria.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso i P. denunziano:

  1. Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, avuto riguardo alla natura edificatoria o meno del terreno”.

In ossequio all’art. 366 bis c.p.c., comma 2, applicabile ratione temporis, indicano come fatto controverso la mancata inclusione nella indennità di esproprio del valore commerciale dell’area, a seguito della sua ricomposizione ambientale, ed in ogni caso per la sua potenzialità edificatoria.

Sostengono che l’indennità di esproprio avrebbe dovuto ricomprendere anche l’eventuale valore edificabile dell’area espropriata, posto che essa era urbanisticamente inclusa in zona P.E.E.P., che ne era stata pure prevista la ricomposizione ambientale e che una volta ricomposta sarebbe stata riutilizzabile fisicamente e giuridicamente a scopo edificatorio. Si dolgono inoltre che i giudici d’appello abbiano richiamato un non pertinente precedente giurisprudenziale inerente a terreno adibito a cava ma di natura agricola e non come nella specie edificabile, che a loro sia stato addebitato il costo della ricomposizione ambientale, con incongrua detrazione del dovuto, e che non siano state esplicitate le ragioni per le quali una cava ambientalmente ricomposta non conservi un valore economico ulteriore.

Il motivo è inammissibile sia perchè involge una questione attinente non al profilo argomentativo dell’impugnata pronuncia ma a quello interpretativo ed applicativo del dato normativo (cfr anche Cass. SU n. 21712 del 2004) e sia perchè comunque assistito da irrituale sintesi riassuntiva dei prospettati rilievi, muta in ordine alle ragioni che sostanzierebbero i rubricati vizi motivazionali (cfr, tra le altre, Cass, SU n. 16528 del 2008).

  1. “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Indicano come fatto controverso l’indebita detrazione dal mancato ricavo e quindi dalla indennità di esproprio dei costi per le opere di ricomposizione ambientale del terreno espropriato.

Il motivo non ha pregio, avendo i giudici d’appello puntualmente ed irreprensibilmente chiarito le ragioni, rimaste sostanzialmente incensurate, per le quali detti costi andavano defalcati dall’indennità di espropriazione, essenzialmente ravvisate nel fatto che essi riguardavano soltanto la ricomposizione della porzione ablata e che l’utile retraibile dall’attività estrattiva avrebbe dovuto scontare spese ed oneri della produzione, compresi quelli obbligatori in discussione.

  1. “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. Indicano come fatto controverso la mancata liquidazione della indennità dì occupazione, intesa come indennizzo per la mancata produzione di reddito durante la temporanea occupazione, atteso che, nel caso di specie, per il criterio di computo degli interessi legali adottato dalla Corte d’ Appello, non si sarebbe incorsi in alcuna indebita duplicazione esproprio del ristoro.

Il motivo è infondato.

In tema di determinazione dell’indennità di esproprio di un terreno destinato a cava occorre fare riferimento alla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39, e, pertanto, al valore venale del bene che, nella specie, va ragguagliato al parametro del materiale complessivamente estraibile dalla cava sino al suo esaurimento. Trattasi di criterio omnicomprensivo, che non è compatibile con la liquidazione, in favore dell’espropriato, di una ulteriore indennità per l’occupazione della cava, con la funzione di indennizzarlo della privazione del godimento del bene oggetto del procedimento di esproprio e della mancata percezione dei frutti nel corso dell’occupazione medesima, in quanto – avuto conto delle modalità di liquidazione dell’indennità di espropriazione, che fa riferimento al valore dei materiali estraibili durante il periodo di godimento della cava e non prevede il riconoscimento di un reddito in periodi e per causa ulteriori rispetto a quelli già considerati – si tradurrebbe in una ingiustificata duplicazione della medesima indennità di espropriazione (cfr da ultimo Cass. SU n. 5088 del 2014).

  1. “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Indicano come fatto controverso la compensazione integrale delle spese di giudizio e di C.T.U. tra le parti nonostante la soccombenza del Comune di Verona, che assumono effettiva e comunque prevalente.

Il motivo è inammissibile.

Come noto, in tema di regolamento delle spese processuali, e con riferimento alla loro compensazione, poichè il sindacato della S.C. è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi, nella specie ravvisabile attese le esplicitate ragioni che hanno giustificato la censurata statuizione.

Conclusivamente si deve dichiarare inammissibili il primo ed il quarto motivo del ricorso e rigettare il secondo ed il terzo motivo, con condanna in solido dei ricorrenti soccombenti al pagamento in favore del Comune di Verona delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

PQM
P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibili il primo ed il quarto motivo, rigetta il secondo ed il terzo motivo del ricorso e condanna in solido S. e Pr.Si. al pagamento, in favore del Comune di Verona, delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 7.000,00 per compenso ed in Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 2 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. VITRONE    Ugo                              –  Presidente   –  Dott. SALVAGO    Salvatore                        –  Consigliere  –  Dott. FORTE      Fabrizio                         –  Consigliere  –  Dott. CAMPANILE  Pietro                      –  rel. Consigliere  –  Dott. CRISTIANO Magda                             –  Consigliere  –  ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso proposto da:               M.G., elettivamente domiciliato in Roma,  Lungotevere dei mellini, n. 24, nello studio dell’avv. Giovanni Giacobbe, che  lo rappresenta e difende, giusta procura speciale in calce al ricorso;                                                        – ricorrente –                                contro                  D.P.S.,  in proprio e  quale  coerede  di    Mi.       A.;                D.P.A.,                  D.P.D.,  quali coeredi di         Mi.An.; nonchè sul ricorso proposto da:                  D.P.S.,  in proprio e  quale  coerede  di    Mi.       A.,                D.P.A. –                 D.P.D.,  quali coeredi di         Mi.An., come sopra rappresentati;                                contro              M.G.;                                                          – intimato – verso la sentenza della Corte di appello di Messina n. 64, depositata in data 8 febbraio 2006; sentita  la relazione all’udienza del 24 ottobre 2013 del Consigliere Dott. Pietro Campanile; sentito per il ricorrente l’avv. Giovanni Giacobbe; Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del sostituto Dott.  Pasquale  Fimiani, il quale ha concluso  per  il  rigetto  del ricorso principale e l’accoglimento dell’incidentale.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con sentenza depositata il 5 dicembre 2002 il Tribunale di Patti condannava M.G. al pagamento in favore di D.P. S. e Mi.An. al pagamento della somma di Euro 9.917,36, oltre rivalutazione monetaria e interessi, a titolo di risarcimento del danno per l’irreversibile trasformazione di un fondo sito nel Comune di Falcone, occupato in via temporanea, ad istanza del M., per l’ampliamento del proprio stabilimento di lavorazione del marmo, con decreto del Prefetto di Messina per la durata non superiore a due anni, senza che fosse intervenuto tempestivamente il decreto di esproprio.

1.1 – La Corte di appello di Messina, con la decisione indicata in epigrafe, stabiliva una diversa decorrenza degli interessi e della rivalutazione monetaria, determinando altresì l’indennità di occupazione.

Per quanto qui maggiormente interessa, respingeva il gravame proposto dal M., che aveva dedotto che il periodo di occupazione era stato prorogato, osservando che il provvedimento che disponeva detta proroga era intervenuto quando il termine fissato nel decreto di occupazione era già scaduto.

Veniva rimarcato che tale termine andava individuato nella data del 13 gennaio 1980 e, con riferimento all’appello incidentale proposto dai proprietari del fondo, si disattendeva la tesi secondo cui si sarebbe trattato di occupazione usurpativa, ribadendosi, altresì, la natura agricola dell’area.

1.2 – Per la cassazione di tale decisione il M. propone ricorso, affidato a quattro motivi, illustrati da memoria, cui resistono gli intimati, che propongono ricorso incidentale, affidato a tre motivi.

Sulle conclusioni del Procuratore Generale il difensore del M. ha presentato osservazioni scritte ai sensi dell’art. 379 c.p.c., comma 4.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con il primo motivo del ricorso principale si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 2359 del 1865, art. 13, dell’art. 2043 c.c. e segg., ss. C.c. nonchè vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

La Corte territoriale, fornendo in proposito insufficiente motivazione, avrebbe erroneamente interpretato il decreto prefettizio del 17 ottobre 1981 come atto contenente una mera proroga, inefficace in quanto tardiva, del termine previsto per l’occupazione temporanea.

In realtà si sarebbe trattato di una sorta di “novazione del procedimento amministrativo, con determinazione ab origine di nuovo termine per il compimento dell’iter procedimentale alla data del 28 luglio 1982”.

Le parti avrebbero impropriamente fatto riferimento a un provvedimento di proroga, ma tale indicazione, attinente alla qualificazione giuridica degli effetti dell’atto, non sarebbe vincolante.

Sotto altro profilo si sostiene che, avendo la ditta Marchese sollecitato la proroga del termine prima della scadenza, non dovrebbe rispondere del ritardo al riguardo verificatosi.

2.1 – Con la seconda censura, denunciandosi violazione della L. n. 359 del 1993, art. 5, nonchè vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, si sostiene che la corte territoriale, pur qualificando l’area come agricola, avrebbe in maniera contraddittoria recepito le valutazioni del consulente tecnico d’ufficio fondate sul valore del terreno come edificabile.

Sotto altro profilo si sostiene che non sarebbe stata esaminata la questione, ritualmente introdotta in sede di appello, circa l’estensione dell’area occupata, dovendosi tener conto di una superficie di mq 326, appartenente, secondo le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, al demanio idrico.

2.2 – Con il terzo motivo, deducendosi violazione e falsa applicazione della L. n. 2359 del 1865, artt. 48 e 49, si sostiene che la corte di appello avrebbe erroneamente escluso l’efficacia liberatoria del deposito della somma di L. 20.160.000, da parte del Marchese, presso la Cassa Depositi e Prestiti – Direzione provinciale del Tesoro di Messina, riscossa dalla controparte, come documentato in atti, con mandato in data 3 maggio 1985.

La tempestività del decreto di espropriazione, come dedotta nel primo motivo, comporterebbe la realizzazione dell’effetto liberatorio.

2.3 – La quarta censura attiene al regolamento delle spese processuali relative ai gradi di merito.

3 – Con il primo motivo del ricorso incidentale si denuncia violazione degli artt. 112, 324 e 329 c.p.c., art. 6 par. 1 della Cedu, nonchè vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: avendo il Tribunale di Patti accolto le osservazioni contenute nella consulenza tecnica d’ufficio circa l’attribuzione di un “surpuls rispetto al valore prettamente agricolo”, si sarebbe formato, in assenza di specifiche impugnazioni della controparte, il giudicato interno sulla natura edificabile del terreno, sostanzialmente violato dalla Corte di appello, la quale – si sostiene con il secondo mezzo – avrebbe dovuto comunque tener conto dell’edificabilità di fatto dell’area.

3.1 – Con il terzo motivo ci si duole della compensazione delle spese processuali del secondo grado del giudizio, in assenza di adeguata motivazione circa la ricorrenza di giusti motivi.

4 – Vale bene premettere che deve prescindersi dalle riserve circa la possibilità del verificarsi dell’accessione invertita in relazione alla realizzazione di un’opera di interesse privatistico, come l’ampliamento dello stabilimento del M., in quanto la relativa statuizione non risulta censurata da alcuna delle parti.

4.1 – Il primo motivo del ricorso principale è inammissibile, in quanto viene proposto per la prima volta, a fronte della deduzione, nei precedenti gradi di merito, di questioni attinenti alla validità o meno della proroga del termine dell’occupazione temporanea, un nuovo tema d’indagine, vale a dire la novazione, con reiterazione della dichiarazione di pubblica utilità, del procedimento amministrativo, esulante (in quanto implicante l’interpretazione del decreto prefettizio in data 17 ottobre 1981, per altro, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, trascritto in maniera parziale) da una mera attività di qualificazione giuridica.

Ed invero nella deduzione, con l’atto di gravame, della emissione del decreto di espropriazione durante il periodo di occupazione legittima, non può ravvisarsi, neppure in via implicita, alcun riferimento alla tesi della “novazione del procedimento”, che, del resto, secondo il costante insegnamento di questa Corte non può intervenire quando ormai si sia verificata l’irreversibile trasformazione del bene occupato.

Soccorre, quindi, il costante orientamento di questa Corte, relativo anche alla disciplina processuale applicabile, “ratione temporis”, nella presente vicenda processuale, secondo cui non è consentito introdurre con il ricorso del cassazione temi o questioni esulanti dal “thema decidendum” dei precedenti gradi del giudizio di merito, nè rilevabili di ufficio, soprattutto quando, come nel caso in esame, implichino la valutazione di circostanze di fatto (Cass., 9 luglio 2013. n. 17041; Cass., 30 novembre 2006, n. 25546; Cass., 19 marzo 2004, n. 5561; Cass., 3 aprile 2003, n. 5190; Cass., 23 maggio 2002, n. 75439.

4.2 – Anche il secondo profilo del primo motivo, concernete la dedotta assenza di colpa in capo al M., attiene a questione che la Corte territoriale non ha esaminato, e che non risulta in precedenza validamente dedotta. Valgano, in proposito, le superiori considerazioni.

5 – Il secondo motivo, secondo cui, pur essendosi qualificata l’area come agricola, si sarebbero adottati criteri propri dei terreni edificabili, presenta evidenti aspetti di inammissibilità, in quanto si propongono questioni relative alle conclusioni conseguite dal consulente tecnico d’ufficio, implicanti valutazioni di merito, senza indicare le modalità e i tempi con cui tali risultanze sarebbero state criticate nel corso del giudizio di merito. Invero le critiche alle scelte effettuate in sede peritale, così come recepite nella decisione impugnata, per poter incidere sulla motivazione di quest’ultima, non possono risolversi nella proposizione, per la prima volta in questa sede, di censure attinenti alle valutazioni compiute dall’esperto e condivise dal giudice del merito. Con orientamento costante, questa Corte ha affermato il principio secondo cui non incorre nel vizio di carenza di motivazione la sentenza che recepisca “per relationem” le conclusioni e i passi salienti di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio di cui dichiari di condividere il merito; pertanto, per infirmare, sotto il profilo dell’insufficienza argomentativa, tale motivazione, è necessario che la parte alleghi le critiche mosse alla consulenza tecnica d’ufficio già dinanzi al giudice “a quo”, la loro rilevanza ai fini della decisione e l’omesso esame in sede di decisione; al contrario, una mera disamina, corredata da notazioni critiche, dei vari passaggi dell’elaborato peritale richiamato in sentenza, si risolve nella mera prospettazione di un sindacato di merito, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 4 maggio 2009, n. 10222; Cass. 6 settembre 2007, n. 18688;

Cass. 28 marzo 2006, n. 7078). Non risultano, invero, proposte davanti al giudice del merito, nel senso che le relative deduzioni non sono state richiamate, nel rispetto del principio di autosufficienza, nel ricorso, le argomentazioni svolte in questa sede circa le valutazioni operate dal consulente tecnico d’ufficio, che, in tal modo, anzichè concretare specifiche censure alla motivazione della decisione impugnata, si risolvono in inammissibili questioni attinenti al merito.

6.1 – Quanto al secondo aspetto, secondo cui non sarebbe stato esaminato il motivo di appello relativo all’appartenenza al Demanio idrico di una superficie pari a mq 326, va osservato che la questione, dedotta come vizio motivazionale, avrebbe dovuto essere denunciata ai sensi dell’art. 360 c.pc.., comma 1, n. 4, sotto il profilo dell’omessa pronuncia (Cass., 15 maggio 2013, n. 11801;

Cass., 4 giugno 2007, n. 12952).

7 – Il terzo motivo è infondato. In proposito deve richiamarsi il principio, già affermato da questa Corte, ed al quale il giudice del merito (considerando le somme effettivamente percepite) risulta essersi conformato, secondo cui il deposito di somma a titolo di indennità di espropriazione ed occupazione, ai sensi della L. 25 giugno 1865, n. 2359, artt. 48 e 49, ha efficacia liberatoria, per l’espropriante debitore, soltanto nell’ambito di una procedura espropriativa perfezionatasi con l’emissione di un valido ed efficace decreto di esproprio o di occupazione temporanea e non anche ai fini del risarcimento del danno derivante dalla perdita di proprietà conseguente ad un’occupazione espropriativa o usurpativa: in tal caso, infatti, la somma liquidata a titolo di risarcimento del danno deve essere corrisposta direttamente al danneggiato, con detrazione dall’importo dovuto delle sole somme eventualmente già incassate da quest’ultimo, potendo l’espropriante legittimamente chiedere la restituzione di quelle ancora giacenti presso la Cassa Depositi e Prestiti (Cass., 9 ottobre 2013, n. 22923; Cass., 19 marzo 2004, n. 5560).

In realtà la censura è in un certo senso caudataria della tesi della legittimità della procedura espropriativa e, pertanto, non può non seguire la sorte del primo motivo di impugnazione.

8 – Il quarto motivo è all’evidenza infondato, essendosi applicato, quanto al regolamento delle spese di primo grado, il criterio della soccombenza ed essendo la valutazione in merito alla compensazione operata dalla Corte di appello frutto di una valutazione discrezionale. Per altro la prevalente soccorabenza del M. non avrebbe mai potuto consentire una soluzione a lui più favorevole.

9 – Passando all’esame dell’impugnazione incidentale, va osservato che la prima censura è infondata. Di certo non può ritenersi essersi formato il giudicato interno sulla natura edificatoria del terreno per aver il giudice di primo grado attribuito “un surplus rispetto al valore prettamente agricolo”, non solo perchè se il fondo fosse stato ritenuto edificabile non ci sarebbe stata alcune necessità dell’attribuzione di un valore aggiuntivo, ma soprattutto perchè la Corte territoriale ha esaminato specificamente la censura relativa alla natura del terreno, fondata sulla circostanza che “l’area qualificata come agricola aveva spiccate caratteristiche edificatorie, come l’adottato piano regolatore aveva finito per considerare”.

10 – Il secondo motivo, con il quale si invoca, esclusivamente a fini risarcitori (ragion per cui deve ritenersi che sulla liquidazione dell’indennità di occupazione si sia formato il giudicato), ed in termini assolutamente generici, una sorta di edificabilità di fatto, per certi versi, nella parte in cui introduce questioni di merito non valutabili in questa sede, è inammissibile: sotto altro profilo, laddove sembra postulare la coincidenza del valore di mercato del terreno con il riconoscimento dell’edificabilità (sia pure di fatto), non sembra cogliere la ratio decidendi della decisione impugnata, che ha recepito le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio espletata in primo grado, per altro fondata sulla valutazione, con il metodo comparativo, di altro terreno in buona parte incluso nel programma di fabbricazione del Comune di Falcone.

11 – Il riferimento ai giusti motivi per la compensazione delle spese processuali, censurata con il terzo motivo, considerato che trattasi di procedimento iniziato nell’anno 1980, non appare censurabile.

D’altra parte, la corte territoriale ha evidentemente tenuto conto della reciproca soccombenza, che, ricorrendo anche nel presente giudizio di legittimità, giustifica analoga statuizione.

PQM
P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa interamente fra le parti le spese relative al presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 24 ottobre 2013.

Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO    Salvatore                          –  Presidente   -Dott. MACIOCE    Luigi                         –  rel. Consigliere  -Dott. BENINI     Stefano                            –  Consigliere  -Dott. CAMPANILE  Pietro                             –  Consigliere  -Dott. MERCOLINO  Guido                              –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso iscritto al n. 23952 del R.G. anno 2008 proposto da: Comune  di  Veglie in persona del Sindaco, dom.to in  Roma  viale  L. Mantegazza  24 presso Gardin Luigi con l’avv. Roberto  G.  Marra  del Foro  di  Lecce che lo rappresenta e difende per procura  speciale  a margine; – c.f. (OMISSIS);                                                        – ricorrente –                                contro                  C.T.A. –            C.A.M. dom.te  in  Roma  via Augusto  Aubry  n. 2 presso l’avv. Casto Monica con  l’avv.  Giovanni Bellisario del Foro di Lecce che le rappresenta e difende per procura notarile del 7.04.2014 c.f. (OMISSIS);                                                        – resistenti – avverso  la sentenza n. 669 del 22.10.2007 della Corte di Appello  di Lecce  ;  udita  la  relazione  della causa  svolta  nella  p.u.  del 09.04.2014 dal relatore Luigi MACIOCE; uditi  gli  avv.ti  Giovanni Previti (per delega dell’avv.  Marra)  e Giovanni Bellisario; presente il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FIMIANI Pasquale che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 14.04.1998 C.T.A. e C.A. M., proprietarie di terreni siti in Comune di (OMISSIS) espropriati per la realizzazione di PEEP e la cui indennità era stata determinata con decreto 12.03.1998 nella somma di L. 27.112.656, proposero opposizione alla stima. Costituitosi il Comune ed intervenuto il 21.10.1999 il decreto di esproprio delle aree, la adita Corte di Appello di Lecce con sentenza 22.10.2007 ha determinato l’indennità di esproprio in complessivi Euro 27.961,27, ha affermato la spettanza della indennità di occupazione legittima in misura pari agli interessi legali sugli importi annui dell’indennità di esproprio, ha statuito ancora la debenza degli interessi su dette somme, da depositare presso la Cassa DD. e PP. Nella motivazione la Corte di Lecce ha affermato che le aree erano certamente edificabili in quanto incluse nel PRG approvato il 28.4.1989 in attuazione del quale era stata poi adottata la destinazione delle stesse ad area di realizzazione del PEEP, che pertanto rettamente il CTU aveva affermato che le aree delle opponenti avevano natura edificabile, che lo stesso CTU aveva correttamente stimato – in attuazione del criterio analitico ricostruttivo – i costi di costruzione dei fabbricati residenziali e l’indice territoriale di edificabilità ed era pervenuto al corretto valore unitario dell’area, quindi sviluppando i calcoli imposti dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis che non potevasi applicare la decurtazione del 40% stante il rapporto tra indennità offerta (L. 27.112.656) ed indennità riconosciuta dovuta (L. 54.140.612), la seconda pari ad oltre il doppio della prima. Per la cassazione di tale sentenza, notificatagli il 22.07.2008, il Comune di Veglie ha proposto ricorso il 7.10.2008 con quattro motivi, ai quali le intimate non hanno opposto controricorso. Le intimate hanno però svolto difese orali tramite difensore munito di procura notarile.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Ritiene il Collegio che il ricorso, affidato a censure prive di consistenza, debba essere rigettato.

Primo motivo: esso censura la violazione dell’art. 2697 c.c. avendo la Corte dell’opposizione alla stima nominato un CTU per detta stima senza che l’opponente avesse addotto e prospettato un maggior valore di sorta. La censura è priva di alcuna consistenza. La opposizione, è noto, introduce un giudizio di determinazione della giusta indennità da accertarsi e la Corte di Appello non è affatto vincolata a quanto le parti abbiano chiesto, ben potendo procedere alla determinazione del dovuto, al di là di richieste, allegazioni o documentazioni di valore, senza incorrere in alcuna violazione dell’art. 112 c.p.c. (Cass. 2329 del 2012).

Secondo motivo: esso lamenta che si sia ignorato come prima dell’approvazione del PRG l’area ricadesse in zona E, vocata a verde agricolo, e che solo con detto PRG essa fosse stata inclusa in zona C2 vincolata all’attuazione di un PEEP, sì che era stato proprio il PRG ad introdurre il vincolo preordinato all’esproprio e che , pertanto, di tal vincolo non si sarebbe dovuto tenere conto alcuno.

Tutte le censure – ad avviso del Collegio – sono prive di consistenza, una volta che si parta dalla premessa per la quale il PRG (nel quale l’area era inclusa) aveva, come affermato dai giudici del merito senza alcuna contestazione (vd. pag. 4 sentenza), natura conformativa ed era esso la fonte dei parametri di destinazione ad edificabilità in quanto delineante la zona C2, restando, semmai, il successivo vincolo preordinato quello attuativo di inclusione nel PEEP delle aree stesse. La contestazione mossa a tale ricostruzione è realizzata agitando solo generiche petizioni di principio, insuscettibili di una valutazione in questa sede, che non adducono alcun elemento per revocare in dubbio la ineccepibile statuizione per la quale la sostituzione programmatoria di un PdF con il PRG comporta – salvo prova contraria, volta ad evidenziare una attitudine lenticolare del PRG – che tutte le aree che vengano ricondotte dal secondo Piano a zona C2 ricadono in via generale nella conformazione pianificatoria adottata dall’Ente.

Terzo motivo: esso lamenta che nella valutazione del costo di costruzione nell’ambito del criterio analitico ricostruttivo, si sia dato corso ad una applicazione generale del costo costruttivo di cui al D.M. 18 dicembre 1998 senza tenere conto – come imposto dalla L. n. 392 del 1978, dagli artt. 15, 17, 18 e 22 – dei coefficienti correttivi stabiliti secondo la classe demografica del Comune. La censura è ictu oculi errata perchè evoca una applicazione di norme prive di alcuna utilizzabilità per la determinazione del costo in disamina, nel mentre si sarebbe dovuto semmai dar corso alla applicazione tanto degli indici territoriali, come fatto nella specie, quanto degli indici di permuta, propri del PEEP. E’ infatti costante insegnamento di questa Corte quello per il quale nella determinazione dell’indennità di esproprio di un fondo che viene ritenuto edificabile in base al PRG ed incluso in PEEP, se, come nella specie, l’area da valutare non è collocata in comprensorio già totalmente urbanizzato, volumi realizzabili vanno quantificati in base ad indici medi di edificabilità riferiti all’intera zona omogenea, in quanto occorre tener conto dell’incidenza degli spazi riservati, secondo lo strumento urbanistico, ad infrastrutture e servizi di interessi generale (in tal senso da ultimo Cass. 24497 – 7288 del 2013 e 23584 del 2010, 22421 del 2008 nonchè 1043 e 22961 del 2007). E la sentenza ha in tal senso opinato.

Ebbene, per la stessa ragione (non scorgendosi alcuna plausibilità nel non ravvisare la eadem ratio, come affermato nella assai recente Cass. 7415 del 2014), venendo alla determinazione del valore dell’area ed operando attraverso il metodo prescelto della deduzione del valore del suolo dal costo costruttivo, non potrà farsi capo altro che all’indice di incidenza del valore (o indice di permuta) quale indicato nei decreti dell’Autorità addetta alla pianificazione del territorio per quella tipologia di suoli nei quali, in forza della sottoposizione al detto PdZ, si comprendono quelli in esame. Ma detta censura di mancata applicazione dell’indice di permuta è affatto assente in ricorso, che invece richiama gli irrilevanti parametri della L. n. 392 del 1978.

Quarto motivo: esso si duole della errata comparazione tra dati di indennità offerta e dati di indennità spettante che avrebbero portato ad escludere la decurtazione del 40% per ragioni viziate dal travisamento del primo dato (il quale era costituito da un’offerta essa stessa decurtata del 40%). Rileva il Collegio che, al di là della opinabilità della tesi del ricorso (restando il dato di rilievo, per il quale l’offerta era comunque pari alla metà dello spettante…), in nessun modo in accoglimento del motivo si potrebbe dare corso alla applicazione della decurtazione che, medio tempore, è stata espunta dalle norme per effetto della sentenza 348 del 2007 della Corte Costituzionale. Va infatti rammentato il principio (Cass. 22395 del 2008 e 10379 del 2012) per il quale a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale (sentenza n. 348 del 2007) del D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis, commi 1 e 2, (convertito, con modificazioni, nella L. n. 359 del 1992), e della successiva disciplina della materia da parte della L. 244 del 2007, deve ritenersi superata la questione della concedibilità del “premio” del mancato abbattimento del 40 per cento del valore mediato del suolo espropriato posto che la detrazione è stata espressamente giudicata dalla Corte costituzionale priva di “qualsiasi riferimento, non puramente aritmetico, al valore del bene”. Non si scorge, pertanto, come in accoglimento della censura si possa reintrodurre nella vicenda una decurtazione irrevocabilmente espunta dall’ordinamento.

Si rigetta il ricorso regolando le spese secondo soccombenza.

PQM
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il Comune a versare alle resistenti per spese di giudizio la somma di Euro 4.200 (Euro 200 per esborsi) + IVA e CPA. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO    Salvatore                          –  Presidente   -Dott. MACIOCE    Luigi                         –  rel. Consigliere  -Dott. BENINI     Stefano                            –  Consigliere  -Dott. CAMPANILE  Pietro                             –  Consigliere  -Dott. MERCOLINO  Guido                              –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso iscritto al n. 15271 del R.G. anno 2007 proposto da:              C.M.E.,             C.A.M.,             C.G. quali eredi  di         A.E. e di          C.A., dom.ti in Roma via  di Santa  Bernadette  15  presso l’Avv. Crasta Bruno  con  l’avv.  MELIS Stefano  del  Foro di Sassari che li rappresentano  e  difendono  per procura a margine del  ricorso c.f. (OMISSIS);                                                         – ricorrenti-                                contro Comune di Sassari in persona del Sindaco, dom.to in Roma viale  delle Milizie  106 presso l’avv. Spangaro Lorenzo con l’avv. Falchi Daniela del Foro di Sassari che lo rappresenta e difende per procura speciale a margine (OMISSIS);                                                  – controricorrente – avverso  la sentenza n. 110 del 28.03.2006 della Corte di Appello  di Cagliari – s.d. di Sassari; udita  la relazione della causa svolta nella p.u. del 09.04.2014  dal relatore MACIOCE Luigi; udito l’avv. Lorenzo Spangaro; presente il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Fimiani  Pasquale che ha chiesto accoglimento del 2 motivo,  respinto il 1.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

A.E. ed il coniuge C.A. il 3.12.1985 convennero innanzi al Tribunale di Sassari il Comune e, sull’assunto di aver ceduto al Comune stesso il 2.06.1981 una loro area al prezzo di cessione di L. 64.357.119, salvo il conguaglio dovuto sulla base delle norme adottande dopo la dichiarazione di incostituzionalità di quelle vigenti, chiesero la condanna al pagamento del conguaglio di L. 900 milioni. Costituitosi il Comune, che dedusse la natura agricola del fondo e la non spettanza di alcun conguaglio, nonchè costituitisi per il defunto C.A. il coniuge ed i tre figli, il Tribunale con sentenza 12.11.2001 determinò il conguaglio spettante nella somma di L. 1.385.642.881 con rivalutazione ISTAT ed interessi dal 2.6.1981. La sentenza venne impugnata dal Comune e la Corte di Cagliari, s.d. di Sassari, nel contraddittorio dei tre figli superstiti (deceduta anche A.E.), con sentenza 28.03.2006 condannò il Comune a pagare agli eredi la somma già liquidata per conguaglio pari ad Euro 715.624, con i soli interessi legali dal 27.07.1983. Affermò la Corte in motivazione, per quel che ancora rileva, che era fondata la censura afferente la concessione di rivalutazione automatica posto che il credito per conguaglio del prezzo di cessione doveva ritenersi credito di valuta sì che la rivalutazione poteva essere concessa solo se chiesta ex art. 1224 c.c. e se provata nel suo ammontare differenziale rispetto all’importo degli interessi, che era anche fondata la doglianza afferente la decorrenza degli interessi legali che andava posta non già alla data della cessione bensì a quella della pubblicazione della sentenza 223 del 1983 della Corte Costituzionale.

Per la cassazione di tale sentenza i fratelli C. ( M. E., A.M., G.) hanno proposto ricorso con due motivi il 10.05.2007, al quale il Comune di Sassari ha opposto difese con controricorso del 21.06.2007.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Ritiene il Collegio che il ricorso, affidato a motivi non fondati, debba essere rigettato.

Primo motivo: con esso si contesta, per violazione di legge, la decisione di far decorrere gli interessi legali nella specie dovuti sul conguaglio non dalla data della cessione stessa ma dalla successiva data della sentenza 223 del 1983 della Corte Costituzionale.

Il motivo è affatto infondato, alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte, anche assai di recente ribadita (Cass. 16082 del 2004, 19935 del 2011, e 26967 del 2013) avendo la Corte di merito applicato la esatta decorrenza degli interessi stessi. Ed infatti, come statuito dalle appena citate pronunzie, il maggiore importo da riconoscersi comunque al cedente nasce da un diritto che prende il posto del conguaglio a suo tempo pattuito, il cui pagamento era stato convenzionalmente differito al successivo mutamento del quadro normativo preannunciato dalla norma; tale concordata dilazione comporta che il credito che si sostituisce al conguaglio, per effetto della declaratoria di incostituzionalità di detta norma, insorge al momento in cui si verifica la sostituzione stessa con la pubblicazione della relativa pronuncia, onde detto momento segna il “dies a quo” del decorso degli interessi, in applicazione del canone generale fissato dall’art. 1449 c.c., con riguardo al prezzo della compravendita. Nè è dato scorgere contrasto con l’efficacia “ex tunc” delle pronunce di incostituzionalità, posto che la detta sentenza n. 223 incide, nella specie, sotto il solo profilo della variazione del titolo del diritto all’integrazione del prezzo, senza toccare la previsione negoziale circa la sua debenza differita.

Secondo motivo: esso, pervero concluso da quesito di diritto inammissibile (non essendo quesito ma la mera “conclusione” del motivo), contesta la decisione di negare ingresso a presunzioni automatiche di sussistenza del maggior danno ex art. 1224 c.c. E’ invero indiscutibile che alla vicenda de qua ben potesse applicarsi l’indirizzo posto da SU 19499 del 2008 il cui principio è affatto condiviso dal Collegio e che si riporta: ove sussista ritardo nell’adempimento di una obbligazione di valuta, il maggior danno di cui all’art. 1224 c.c., comma 2 può ritenersi esistente in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali. In tal caso il risarcimento del maggior danno spetta a qualunque creditore, quale che ne sia la qualità soggettiva o l’attività svolta, fermo restando che se il creditore domanda, a titolo di risarcimento del maggior danno, una somma superiore a quella risultante dal suddetto saggio di rendimento sarà a suo carico l’onere di provare l’esistenza e l’ammontare di tale pregiudizio, anche per via presuntiva. Pertanto ove il creditore sia un imprenditore, avrà l’onere di dimostrare ad esempio di avere fatto ricorso al credito bancario sostenendone i relativi interessi passivi, nel mentre il debitore, dal canto suo, sarà gravato dall’onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni semplici, che il creditore, in caso di tempestivo adempimento, non avrebbe potuto impiegare il denaro dovutogli in forme di investimento che gli avrebbero garantito un rendimento superiore al saggio legale. Ma se il principio ben avrebbe potuto essere invocato, giova considerare:

che, in disparte la inconsistenza giuridica della insistita prospettazione di una decorrenza del ristoro dalla data della insorgenza della obbligazione di conguaglio (e non, come rettamente considerato in sentenza, dalla data della domanda), venne solo chiesta e ribadita la condanna alla attribuzione della “rivalutazione monetaria” (vd. citazione), che dunque non vi è traccia nelle conclusioni di una domanda al pagamento del danno differenziale rispetto a quello coperto dal saggio legale degli interessi, che neanche altrove ci si fa carico di affermare che, nei periodi di riferimento, il saggio annuale dei BOT fosse superiore al tasso legale degli interessi, che neppure in questa sede tale prospettazione è offerta, limitandosi il ricorso ad affermare che, stante la durata ventennale della procedura, il maggior danno avrebbe dovuto essere presunto.

Di qui l’infondatezza del motivo anche alla luce della richiamata statuizione delle Sezioni Unite.

Si rigetta dunque il ricorso, gravandosi parte ricorrente delle spese di giudizio sostenute dal controricorrente.

PQM
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, tra loro in solido, a pagare per spese di giudizio al controricorrente Comune la somma di Euro 4.200 (di cui Euro 200 per esborsi ed Euro 4.000 per compensi) oltre IVA e CPA. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO    Salvatore                          –  Presidente   -Dott. FORTE      Fabrizio                           –  Consigliere  -Dott. BENINI     Stefano                       –  rel. Consigliere  -Dott. CAMPANILE  Pietro                             –  Consigliere  -Dott. MERCOLINO  Guido                              –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 28015-2007 proposto da: ISTITUTO  DIOCESANO  SOSTENTAMENTO DEL CLERO DI LAMEZIA  TERME  (C.F. (OMISSIS)),  in  persona del legale rappresentante  pro  tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VALSESIA 40, presso l’avvocato D’AMBROSIO   ANIELLO  MARIA,  rappresentato  e  difeso  dall’avvocato LACARIA GIOVANNI, giusta procura a margine del ricorso;                                                        – ricorrente –                                contro COMUNE  DI FALERNA (CZ) – C.F. (OMISSIS), in persona del  Sindaco pro  tempore,  elettivamente domiciliato in ROMA, VIA  P.  BEMBO  86, presso   l’avvocato   SAVINO   GIANLUCA,   rappresentato   e   difeso dall’avvocato  PROVENZANO DOMENICO, giusta procura in calce  all’atto di  costituzione, autenticata dal Segretario Generale del  Comune  il 21.12.2007;                                                        – resistente – avverso  la  sentenza n. 481/2006 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO, depositata il 31/08/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 10/04/2014 dal Consigliere Dott. STEFANO BENINI; udito, per il ricorrente, l’Avvocato ANTONELLO TORNITORE, con delega, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso; udito,  per  il  resistente, l’Avvocato DOMENICO  PROVENZANO  che  ha chiesto il rigetto del ricorso; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. SORRENTINO Federico che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Con atto di citazione notificato il 31.12.1986, l’Istituto Diocesano Sostentamento del Clero conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Lamezia Terme il Comune di Falerna chiedendo la determinazione dell’indennità per il periodo di occupazione legittima, ed il risarcimento del danno per l’occupazione appropriativa di un fondo, denominato “(OMISSIS)”, dell’estensione di mq. 17.210, di proprietà della Prebenda parrocchiale di S. Antonio di Castiglione Marittimo, utilizzato per la costruzione di un campo di calcio.

Si costituiva in giudizio l’amministrazione convenuta, contestando la legittimazione attiva dell’attore e chiedendo il contenimento della pronuncia nei limiti di giustizia.

  1. Avverso la sentenza di primo grado, depositata il 23.1.2002, che condannava l’amministrazione al pagamento della somma di L. 156.577.820 a titolo di risarcimento e della somma corrispondente agli interessi legali sulla somma di L. 126.666.540 a titolo di indennità di occupazione, proponeva appello il Comune di Falerna.
  2. Con sentenza depositata il 31.8.2006, la Corte d’appello di Catanzaro, ritenuto di dover qualificare la fattispecie come occupazione appropriativa, per la presenza di valida dichiarazione di pubblica utilità, rigettata l’eccezione di prescrizione, localizzando il fatto illecito al (OMISSIS), stimava il terreno sul presupposto di una qualificazione di non edificabilità dipendente dalla collocazione in zona destinata ad attrezzature sportive e ricreative comprensoriali, di tipo conformativo, e perveniva ad un valore di Euro 4.974,83 corrispondente al valore agricolo offerto dal mercato (corrispondente al valore agricolo medio maggiorato di 1,5 volte), comprensivo del danno alla parte residuata all’occupazione.

Su detta somma liquidava gli interessi e la rivalutazione.

Determinava inoltre l’indennità di occupazione, complessivamente, nell’importo di Euro 1.090,00, corrispondenti agli interessi legali sull’indennità virtuale di espropriazione (quest’ultima commisurata al valore agricolo medio), su cui liquidava gli interessi legali.

  1. Ricorre per cassazione l’Istituto Diocesano Sostentamento del Clero affidandosi a tre motivi, illustrati da memoria. Il Comune di Falerna si è costituito, ed il difensore ha partecipato alla discussione.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo di ricorso, l’Istituto Diocesano Sostentamento del Clero, denunciando violazione e falsa applicazione della L. 8 agosto 1992, n. 359, art. 5 bis (art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza impugnata per aver liquidato il danno sul presupposto della natura non edificabile del terreno, destinato dal piano di fabbricazione del Comune di Falerna, ad attrezzature sportive e ricreative comprensoriali, non tenendo conto che l’edificabilità non si esaurisce con l’edilizia abitativa ma comprende le trasformazioni del suolo non precluse all’iniziativa privata.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso, l’Istituto Diocesano Sostentamento del Clero, denunciando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza impugnata per non aver accertato se la destinazione urbanistica del suolo ne comportasse un utilizzo meramente pubblicistico che non ne tollera la realizzazione ad iniziativa privata, tenendo anche conto che l’area rientra in una più vasta area comprensoriale comprendente terreni a nuova espansione edilizia.

2.1. Apprestandosi all’esame dei motivi di doglianza, il collegio deve osservare che il panorama normativo che sta sullo sfondo della sentenza impugnata, ha subito profonde modifiche nella concezione stessa dei criteri di indennizzo e risarcimento per la perdita della proprietà immobiliare a fini di interesse pubblico.

Per effetto delle sentenze Corte cost. 24.10.2007, nn. 348 e 349, rispettivamente inerenti l’indennità di espropriazione ed il risarcimento del danno da occupazione appropriativa, sono stati dichiarati illegittimi i criteri posti dal D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5 bis conv. in L. 8 agosto 1992, n. 359, e dal comma 1-bis della stessa disposizione, come introdotto dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma 65, nella parte in cui non sono in ragionevole legame con il valore di mercato dell’immobile espropriato. Essi dunque si pongono in contrasto con l’art. 117 Cost., che condiziona l’esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle Regioni al rispetto degli obblighi internazionali, fra i quali rientrano quelli derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le cui norme, così come interpretate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, costituiscono fonte integratrice del parametro di costituzionalità.

2.2. Riguardo alla disciplina applicabile, per l’indennità di espropriazione (che nella causa in esame deve esser considerata, costituendo la base per la determinazione dell’indennità di occupazione legittima) i criteri previsti dalla L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 89, in quanto introdotti a modifica del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37, commi 1 e 2, si applicano soltanto alle procedure espropriative soggette al predetto testo unico – cioè quelle in cui la dichiarazione di pubblica utilità sia intervenuta dopo la sua entrata in vigore (30 giugno 2003), secondo le previsioni dell’art. 57, come modificato dal D.Lgs. 27 dicembre 2002, n. 302 – mentre nelle procedure soggette al regime pregresso, come nella fattispecie all’esame, rivive la L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39 e va, quindi, fatto riferimento al valore di mercato, atteso che la norma intertemporale di cui alla L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 90, prevede la retroattività della nuova disciplina di determinazione dell’indennità espropriativa solo per i “procedimenti” amministrativi di espropriazione in corso, e non anche per i giudizi (Cass. 8.5.2008, n. 11480; 21.6.2010, n. 14939;

19.3.2013, n. 67 98). Non si pone dunque neppure questione di decurtabilità del 25% del valore venale, che vale solo per i soli procedimenti espropriativi in corso e non rilevante nei giudizi in corso (Cass. 28 novembre 2008 n. 28431). Riguardo al risarcimento per l’occupazione appropriativa, anch’esso è ora commisurato al valore venale del bene (D.P.R. n. 32 del 2001, art. 55 come modificato dalla L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 89, lett. e), a seguito della citata sentenza di incostituzionalità). E’ appena il caso di osservare che non risulta, riguardo al caso di specie, che all’utilizzazione a fini di interesse pubblico dell’immobile sia seguito un provvedimento di acquisizione sanante, ai sensi del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 43: tanto più che questa norma ha subito alterne vicende, con una prima dichiarazione d’incostituzionalità per violazione dell’art. 76 Cost. (Corte cost. 8.10.2010, n. 293), cui è seguita la rieditazione dell’istituto, ad opera del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 34, comma 1, conv. in L. 15 luglio 2011, n. 111, che ha introdotto l’art. 42-bis nel corpo del D.P.R. n. 327 del 2001. Riguardo a quest’ultima norma si ripropongono tutti i dubbi di legittimità costituzionale già professati per l’art. 43 (e ritenuti assorbiti dalla sentenza 293/10, che si è arrestata al profilo dell’eccesso di delega). La questione di applicabilità di tale norma, dunque, non si pone per il giudizio in corso, che dunque resta regolato, in virtù della sopravvivenza della tradizionale disciplina delle occupazioni illegittime, dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 55 (Cass. 28.7.2008, n. 20543; 21.10.2011, n. 21867). Va fatta anche menzione, nella necessaria premessa di ordine sistematico, che la più recente sentenza Corte cost. 11.6.2011, n. 181, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 5-bis, comma 4, cit., in combinato disposto con la L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 15, comma 1, secondo periodo, e art. 16, commi 5 e 6, nella parte in cui prevede che l’indennità di espropriazione per le aree agricole e per le aree non edificabili sia commisurata al valore agricolo medio della coltura in atto o di quella più redditizia nella regione agraria, senza tener conto dei requisiti specifici del bene.

2.3. In sintesi, le tecniche indennitaria e risarcitoria per le espropriazioni ed occupazioni di suoli finalizzati alla realizzazione di opere pubblica, devono necessariamente focalizzare il valore di mercato del bene, senza ulteriori applicazioni di coefficienti riduttivi. Il valore venale, dunque, costituisce l’ammontare del danno con riferimento alla data del fatto illecito, e nello stesso tempo rappresenta l’indennità di espropriazione virtuale, cui commisurare, mediante l’applicazione dell’interesse legale, l’indennità di occupazione.

A seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale, i precedenti criteri riduttivi non possono più trovare applicazione, ai sensi dell’art. 136 Cost. e della L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 30, comma 3, dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale.

La sentenza dichiarativa dell’illegittimità costituzionale si traduce in un ordine rivolto, tra l’altro, ai giudici di non applicare più la norma illegittima: ciò significa che gli effetti della sentenza di accoglimento non riguardano soltanto i rapporti che sorgeranno in futuro, ma anche quelli che sono sorti in passato, purchè non si tratti di rapporti esauriti. Per costante giurisprudenza di questa Corte (tra le altre, Cass. 28.7.2005, n. 15809), infatti, le sentenze di accoglimento di una questione di legittimità costituzionale pronunciate dalla Corte costituzionale hanno effetto retroattivo, in quanto connesse a una dichiarazione di illegittimità che inficia fin dall’origine la dichiarazione colpita, con l’unico limite delle situazioni già consolidate, attraverso quegli eventi che l’ordinamento riconosce idonei a produrre tale effetto, tra i quali si collocano non solo la sentenza passata in giudicato (e l’atto amministrativo non più impugnabile), ma anche altri fatti rilevanti sul piano sostanziale o processuale, quali, ad esempio, la prescrizione e la decadenza.

Nel caso di specie, il rapporto non è ancora esaurito, perchè al momento in cui è intervenuta la sentenza n. 181/11, era ancora in corso (come lo è tuttora) la controversia sulla misura dell’indennità. Nè può ritenersi che sul criterio di stima sia maturato il giudicato, dato che il bene della vita alla cui attribuzione tende l’espropriato è l’indennità, liquidata nella misura di legge, non già il criterio legale, così che l’impugnazione del credito risarcitorio rimette in discussione proprio il criterio legale utilizzato dalla sentenza determinativa del danno, ed il relativo capo, fondandosi sulla premessa dell’applicabilità dell’art. 5-bis (e della L. n. 865 del 1971, art. 16), non è suscettibile, venuta meno tale premessa, di conservare la natura e gli effetti di un’autonoma statuizione (Cass. 22.9.2011, n. 19345; in generale: Cass. 5.9.2008, n. 22409).

2.4. Va osservato che la polarizzazione del sistema indennitario sul valore di mercato, non toglie la necessità di accertare preventivamente la natura urbanistica del fondo espropriato od occupato. La tradizionale summa divisio, tra suoli edificabili e non edificabili, è rimasta alla base della valutazione, essendo il comma 3 dell’art. 5-bis sopravvissuto alla dichiarazione d’incostituzionalità della norma: che è stata ritenuta non conforme a Costituzione, perchè non è in ragionevole legame con il valore di mercato dell’immobile espropriato.

Le pronunce di incostituzionalità non hanno intaccato il sistema differenziato di indennizzo tra suoli edificabili e non edificabili, che comporta la necessità di individuare la natura del fondo, secondo un’indagine da condurre alla stregua dell’edificabilità legale, configurabile secondo la disciplina contenuta negli strumenti urbanistici. Da non trascurare, a smentita della tesi per cui gli interventi della Corte costituzionale avrebbero affidato la valutazione dei beni espropriati unicamente alle leggi del mercato (così affermando il primato dell’edificabilità di fatto), che a conclusione del punto 5.7 del “Considerato in diritto” la sentenza n. 348/07 afferma: “E’ inoltre evidente che i criteri per la determinazione dell’indennità di espropriazione riguardante aree edificabili devono fondarsi sulla base di calcolo rappresentata dal valore del bene, quale emerge dal suo potenziale sfruttamento non in astratto, ma secondo le norme ed i vincoli degli strumenti urbanistici vigenti nei diversi territori”.

2.5. Va detto anche, a completamento della premessa, che la rigida dicotomia tra suoli edificabili e suoli agricoli ha comunque perso quei connotati di drammaticità di cui la questione si caricava nella prospettiva del proprietario espropriato, sospeso nell’alternativa tra un compenso corrispondente alla rendita di trasformazione dell’area e un simbolica prestazione agganciata a valori tabellari insignificanti.

Perchè se è vero che il valore di mercato assicura, per i suoli edificabili, un valore pieno e non più dimezzato, per quelli che non abbiano la prerogativa dell’edificabilità, il valore di mercato deve tener conto, rispetto al minimum dei valori tabellari di cui alla L. 22 dicembre 1971, n. 865, artt. 15 e 16 di quanto suscettibile di sfruttamento ulteriore e diverso da quello agricolo, rispecchiando possibilità di utilizzazioni ulteriori rispetto alla destinazione agricola e quella edificatoria, anche se non gli indici di valutazione attinenti al concetto di edificabilità di fatto (Cass. 28.5.2004, n. 10280; 6.10.2005, n. 19511; 21.3.2013, n. 7174). La sentenza Corte cost. 11.6.2011, n. 181, per i terreni agricoli e quelli che sono da considerare non edificabili, ha rimesso l’indennità alla valutazione del mercato, pur senza equipararli ai suoli edificabili. Applicandosi dunque il criterio generale del valore venale pieno, tratto dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39 la valutazione va operata in base alla suscettibilità di uno sfruttamento ulteriore e diverso da quello agricolo, che pur senza raggiungere il livello dell’edificatorietà, rispecchia possibilità di utilizzazione intermedie tra l’agricola e l’edificatoria, ad esempio, parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti (Cass. 17.10.2011, n. 21386;

1.8.2013, n. 18434). La pronuncia della Corte costituzionale ha in sostanza comportato il riconoscimento di un tertium genus tra suoli che godono o meno della prerogativa della edificabilità, consentendo che quelli non edificabili vengano valutati in base a criteri oggettivi, idonei a premiarne utilizzazione alternative, purchè, comunque, non rapportabili all’edificazione (Cass. 10.2.2014, n. 2959): sicchè, attraverso il sistema indennitario delle aree non edificabili viene in considerazione l’iniziativa privata non strettamente commisurata alla rendita di trasformazione dei suoli.

L’intervento della Corte costituzionale ha sganciato l’indennizzo dei suoli non edificabili dal valore agricolo medio, e ne ha consentita la valorizzazione in base alle caratteristiche oggettive, che tengano conto di loro possibili utilizzabilità economiche, ulteriori e diverse da quelle agricole, consentite dalla normativa vigente e conformi agli strumenti di pianificazione urbanistica, previe le opportune autorizzazioni amministrative (Cass. 28.5.2012, n. 8442).

L’iniziativa privata del proprietario, lungi dal costituire il criterio discretivo tra aree edificabili e aree non edificabili, è la misura che in un’economia di mercato individua la domanda di suoli in un determinato contesto urbanistico, quale fattore di produzione nella logica imprenditoriale. L’iniziativa privata, dunque, può ben esplicarsi nei margini consentiti dalle scelte urbanistiche, nel rispetto della destinazione dei suoli configurata dagli strumenti territoriali. Ove si renda necessaria l’espropriazione, la conseguente indennità terrà conto della potenziale redditività del terreno quale fonte di reddito, ma sempre nei limiti segnati dalle scelte urbanistiche. Essa, dunque, costituisce un parametro trasversale, che contribuisce a stabilire il valore di mercato per ogni tipo di area.

2.6. La questione indennitaria, pur ancora condizionata dal prioritario e fondamentale dilemma edificabilità – non edificabilità, ammette, ove non vi siano spazi di riconoscimento alla rendita di trasformazione del suolo, che sia dato rilievo ad una vasta gamma di attività umane che sul territorio si sviluppano, nell’intento premiale della libertà di iniziativa privata.

L’acquisizione della consapevolezza della limitatezza della “risorsa territorio”, prospetta un ripensamento radicale sull’uso del suolo, non prioritariamente destinato all’edificazione, ma votato all’uso della collettività quale fattore di miglioramento dei servizi e di innalzamento della qualità della vita, anche ove destinato alla semplice conservazione. Le future attività di uso, anche non invasivo, del territorio, sono al momento indifferenziatamente sintetizzabili in un tertium genus, la cui casistica verrà elaborata dalla giurisprudenza dei prossimi anni, e che nell’ottica indennitaria saranno sempre più distaccati dalla penalizzante considerazione tradizionale della natura agricola quale ineluttabile alternativa alla trasformazione del suolo in senso edilizio. La scorporo dalla proprietà di uno spazio libero non può dunque essere compensato in base all’espressione volumetrica in senso edilizio, che non è ammessa, bensì attraverso il riferimento potenzialmente remunerativo, all’uso non edilizio (Cass. 24.3.2014 n. 6833), come pregiudicata minore vivibilità e utilizzabilità della proprietà nel suo complesso, dato l’uso legittimo cui la stessa sia destinata.

3.1. E’ ora il momento di affrontare la questione posta nel presente giudizio, in cui l’Istituto ricorrente, consapevole delle innovazioni apportate dalla sentenza n. 348/07, contesta il mancato riconoscimento, nell’area espropriata, della prerogativa di edificabilità. Va detto, peraltro, che il riferimento va operato, con più precisione, alle sentenze n. 349/07, relativa, come nella presente causa, all’occupazione appropriativa, e n. 181/11, che ha avuto ad oggetto i suoli cui non è riconoscibile la prerogativa dell’edificabilità.

3.2. Iniziando in via di priorità logica, dal secondo motivo di ricorso, che attiene alla ricostruzione del fatto, esso è infondato.

L’istituto ricorrente censura la motivazione della sentenza sia per non aver tenuto conto delle indicazioni del c.t.u., riguardo all’appartenenza dell’area occupata ad una ben più vasta area comprensoriale, destinata all’espansione edilizia, sia per non aver approfondito la realizzabilità ad iniziativa privata della destinazione pubblicistica attribuita al suolo dallo strumento urbanistico.

Sotto il primo profilo il ricorrente introduce surrettiziamente nella questione il criterio dell’edificabilità di fatto, ovvero di una opinabile vocazione edificatoria alla stregua della mera vicinanza di aree con diversa destinazione, in contrasto con il necessario riscontro, nello specifico immobile espropriato, del requisito dell’edificabilità legale (Cass. 22.8.2011, n. 17442).

Sotto il secondo profilo, alla luce della mutata base di valutazione dei beni occupati a scopi d’interesse pubblico, l’iniziativa privata, lungi dal costituire parametro di distinzione tra suoli edificabili e non edificabili, rappresenta elemento determinante della valutazione indennitaria, commisurando l’appetibilità sul mercato di una determinata area, atteso l’impiego cui la stessa è destinata, in vista degli usi legalmente consentiti.

In altre parole, che la realizzazione di un campo di calcio sia possibile ad iniziativa privata, non vale a trasformare un suolo da agricolo a edificabile (nè logicamente si comprende in cosa potrebbe consistere l’attività edilizia ad esso funzionale), ma contribuisce a conferire valenza economica al suolo, costituendo lo stesso possibile fattore di produzione di un’attività imprenditoriale.

3.3. Il ricorso va accolto per quanto di ragione, in relazione al primo motivo.

Il suolo occupato non può essere considerato edificabile. La sentenza impugnata va esente da censure. La destinazione posta dal Programma di fabbricazione del Comune di Falerna del 1975, come “Attrezzature sportive e ricreative comprensoriali”, e poi dal Piano regolatore approvato nel 1993, come “Zona sportiva”, è riconducibile ad una previsione generale dello strumento urbanistico, riguardante, come accertato dalla Corte d’appello, una parte estesa del territorio comunale, ben oltre la proprietà dell’ente, includendo vaste aree a monte e a valle della particella in considerazione. Non si tratta dunque di un vincolo a carattere particolare, ma di una destinazione generale e astratta, secondo la logica della ripartizione zonale, che agli effetti dell’incidenza sul diritto di proprietà, ha connotazione conformativa. Ai fini della determinazione dell’indennità di esproprio e del risarcimento per occupazione appropriativa, deve essere esclusa la qualità edificatoria dell’area che, al momento dell’esproprio, sia destinata a pubblici impiantì in base a progetti approvati dall’autorità amministrativa, in virtù delle norme dello strumento urbanistico, che regolino il territorio comunale con previsione generale e astratta, ripartendolo in zone omogenee, con la conseguenza che la destinazione urbanistica di inedificabilità, che la detta zonizzazione comporta, da luogo a vincolo di tipo non ablativo ma conformativo, sicchè dell’incidenza della suddetta destinazione sul valore del bene deve tenersi conto ai fini della valutazione del fondo (Cass. 25.11.2008, n. 28051;

5.9.2013, n. 20457).

Nè può aver rilevanza l’eventuale previsione di una pur limitata volumetria per ambienti accessori a servizio dell’impianto sportivo (Cass. 10.9.2004, n. 18254), perchè le opere previste, che non costituiscono estrinsecazione dello ius aedificandi, sono funzionali alla realizzazione del fine pubblicistico (Cass. 9.3.2004, n. 4732).

  1. Pur in mancanza della prerogativa dell’edificabilità, il ricorso mira comunque a conseguire il giusto risarcimento per la perdita dell’immobile (e la giusta indennità per l’occupazione) garantito dalla Costituzione, sicchè, in presenza di una contestazione sulla liquidazione del danno, deve comunque applicarsi, come detto in premessa, il criterio del valore venale, cui non sembra si sia ispirato il giudice di merito, pur liquidando il risarcimento a valore agricolo aumentato di 1/2.

Deve dunque procedersi ad un nuovo accertamento del valore dell’immobile, corrispondente al danno subito e all’indennità di espropriazione (cui relazionare l’indennità di occupazione), che va commisurato al valore di mercato, all’epoca dell’illecito e dell’occupazione, tenendo conto delle obiettive ed intrinseche caratteristiche ed attitudini dell’area, in relazione alle utilizzazioni autorizzate dagli strumenti di pianificazione del territorio. In particolare, trattandosi di impianto sportivo, il valore va rapportato alla domanda di aree idonee ad ospitare tale tipo di strutture nel quadro di iniziative economiche volte alla valorizzazione e gestione con criteri di imprenditorialità. La sentenza va dunque cassata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Catanzaro, che regolando altresì le spese di questo giudizio, si atterrà ai principi enunciati.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie per quanto di ragione il primo motivo di ricorso, e rigetta il secondo. In relazione alla censura accolta, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte d’appello di Catanzaro.

Così deciso in Roma, il 10 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO    Salvatore                        –  Presidente   –  Dott. CECCHERINI Aldo                             –  Consigliere  –  Dott. DI AMATO   Sergio                           –  Consigliere  –  Dott. GIANCOLA   Maria Cristina              –  rel. Consigliere  –  Dott. CAMPANILE  Pietro                           –  Consigliere  –  ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 14849/2011 proposto da:                 I.G.   (c.f.   (OMISSIS)),   elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DELLA VITTORIA 5, presso  l’avvocato ARIETA  Giovanni,  che  lo rappresenta e difende,  giusta  procura  a margine del ricorso;                                                        – ricorrente –                                contro CONSORZIO  IRICAV  UNO,  in  persona del  legale  rappresentante  pro tempore,  elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BACHELET 12,  presso l’avvocato   DALLA   VEDOVA   RICCARDO,   rappresentato   e    difeso dall’avvocato   VALCHERA  Luigi,  giusta  procura   a   margine   del controricorso;                                                  – controricorrente – avverso  la  sentenza  n. 2444/2010 della CORTE  D’APPELLO  di  ROMA, depositata il 07/06/2010; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 09/01/2014 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA; udito,   per   il  ricorrente,  l’Avvocato  ARIETA  che  ha   chiesto l’accoglimento del ricorso; udito, per il controricorrente, l’Avvocato VALCHERA che ha chiesto il rigetto del ricorso; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. SALVATO  Luigi,  che  ha concluso per l’accoglimento  per  quanto  di ragione del primo e terzo motivo, rigetto del resto.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il 4.06.2002 I.G. adiva la Corte di appello di Roma deducendo di essere divenuto proprietario per successione ereditaria dell’azienda agricola sita in (OMISSIS) ed estesa tre ettari, appartenuta ai suoi genitori I.A.A. ed Q. A., irrigata da due pozzi e comprensiva della villa di famiglia di mq 450, corredata di dipendenze, rimesse agricole, stalle e case coloniche; che terreni e fabbricati erano regolarmente accatastati;

che il complesso aziendale era stato condotto direttamente dai proprietari, in regime di comunione familiare; che, al fine di realizzare la linea ad alta velocità sulla tratta ferroviaria (OMISSIS), il Prefetto di Frosinone, con atto del 19.9.1994 aveva autorizzato il consorzio IRICAV UNO ad occupare, in via d’urgenza, i terreni di proprietà dei suoi genitori, estesi, rispettivamente, mq 1295, mq 1230 e mq 2220; che l’occupazione aveva “tagliato” in due l’intero fondo, creando problemi di collegamento e di accessibilità alla casa ed alle strutture aziendali; che con successivo decreto dell’8.11.1999 il Prefetto di Frosinone aveva disposto, in favore della TAV SpA, il definitivo esproprio dei terreni intestati a I.A. (a f 30, part. 449; f 33, part. 616, 617, 620, 621) per mq 1157, nonchè al medesimo unitamente ad altri (a f 33, part. 604, 605, 606) per mq 1179 ed a Q.A. (a f 33, part. 608, 609, 612, 613) per mq 1964; che l’ente espropriante si era limitato ad offrire l’indennità provvisoria non accettata dagli espropriati e depositata presso la Cassa Depositi e Prestiti, nella misura, rispettivamente di L. 7.898.144 per Q.A. nonchè di L. 159.932 e di L. 2.606.923 per I.A. e che i suoi genitori erano deceduti rispettivamente il 14.06.1999 ed il 20.02.2001. Assumeva di avere diritto all’indennità L. n. 2359 del 1865, ex art. 40, per l’avvenuto esproprio, in tutto o in parte, di immobili di cui era diventato proprietario iure successionis e che nella determinazione dell’indennità dovutagli si doveva tenere conto: a) della diminuzione di valore dell’intera azienda agricola a causa dell’esproprio parziale; b) della perdita di valore delle residue porzioni di terreno e della casa di abitazione di notevole pregio c) di quanto dovuto agli originari proprietari/coltivatori diretti; d) del periodo di occupazione provvisoria.

L’adita Corte di appello di Roma, nel contradditorio delle parti, istruita la causa documentalmente e mediante CTU (relazione depositata l’11.02.2004 integrata anche da successivo supplemento del 24.11.2004 e da ulteriori chiarimenti del 29.11.2008), con sentenza del 7.05-7.06.2010, in parziale accoglimento della domanda introduttiva, determinava l’indennità di esproprio del fondo in Euro 8.829,78 oltre interessi legali nonchè l’indennità per l’occupazione legittima del medesimo bene, relativa al periodo 11.11.1194 – 8.11.1999, in complessivi Euro 3679,07 oltre interessi legali, imponendo al Consorzio Iricav Uno il deposito degli importi differenziali presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze- Servizio gestione e Depositi e respingendo, perchè inammissibili o infondate, le altre domande attrici.

La Corte territoriale osservava e riteneva che:

il fondo dell’attore, esteso complessivamente mq 28.929, era stato occupato d’urgenza con immissione in possesso dell’11.11.1994 e poi, l’8.11.1999, espropriato limitatamente a complessivi mq 3.121, sicchè era residuata una superficie agricola di mq 25.808, composta da due distinte aree site rispettivamente a nord (mq 8.245) e a sud (mq 17.563) della zona espropriata, cui doveva aggiungersi una terza area, estesa mq 4726, adiacente a quella espropriata ma non interessata dall’ablazione;

per la determinazione dell’indennità di espropriazione non poteva farsi ricorso all’invocato criterio differenziale contemplato per il caso di espropriazione parziale, dalla L. n. 2359 del 1865, art. 40 e ciò perchè questa disposizione normativa era stata abrogata dal D.Lgs. n. 325 del 2001, art. 58, nonchè dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 58, con decorrenza dal 30.06.2003, abrogazione poi ribadita dal D.L. n. 112 del 2008, art. 24;

l’indennità di esproprio per il terreno ablato, di natura agricola, andava determinata in Euro 8.829,88, senza applicare il criterio automatico del VAM e valorizzando le caratteristiche di pregio del bene;

doveva inoltre escludersi sia l’esistenza in loco di un’azienda agricola, presentando il complesso immobiliare periziato vocazione residenziale, sia la ricorrenza di un danno correlato alla perdita dei pozzi per irrigare, conseguente alla separazione del complesso in questione, e sia ancora di un danno al manufatto residenziale;

non potevano poi riconoscersi le ulteriori maggiorazioni reclamate dall’attore, in difetto di prova della dedotta qualità di coltivatori diretti degli originari proprietari e dato che per l’indennità aggiuntiva triplicata non ricorrevano i presupposti per la relativa attribuzione di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 17 e segnatamente quello di un’irrisoria ed inaccettabile offerta dell’indennità provvisoria;

andava invece attribuita l’indennità di occupazione legittima quinquennale in riferimento alla porzione di terreno poi espropriata;

gli indennizzi, costituendo debiti di valuta, erano insuscettibili di rivalutazione monetaria automatica.

Avverso questa sentenza lo I. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi e notificato (1-3.06.2011) al Consorzio Iricav Uno, che (il 12.07.2011) ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso lo I. denunzia:

  1. “Violazione e/o falsa applicazione della L. n. 2359 del 1865, art. 40 e T.U. Espr. D.P.R. n. 327 del 2001, art. 33 e delle norme e dei principi sulla espropriazione parziale, nonchè sugli effetti dell’abrogazione e sulla successione nel tempo della legge”.

Censura la ritenuta inapplicabilità, per sopravvenuta abrogazione, della L. n. 2359 del 1865, art. 40, sostenendo che:

la sopravvenuta abrogazione non era dotata di portata retroattiva e sino al suo intervento si doveva applicare la normativa preesistente;

il T.U. n. 327 del 2001 all’art. 33 regolava l’esproprio parziale, norma che avrebbe dovuto comunque ritenersi applicarsi in luogo della L. n. 2359 del 1865, art. 40.

  1. “art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione del principio iura novit curia e del principio che fa obbligo al Giudice – cui è attribuito il potere- dovere di identificare la norma che giustifica l’accoglimento di una pretesa – di applicare d’ufficio il criterio differenziale previsto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 40, per il caso di espropriazione parziale”.

Sostiene che i giudici d’appello non avrebbero dovuto respingere le sue pretese risarcitorie ma, una volta ritenuti sussistenti gli estremi dell’esproprio parziale, applicare d’ufficio il criterio differenziale di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 40 e ricondurre tutti i pregiudizi nell’ambito dell’indennità ivi prevista.

  1. “art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione e/o falsa applicazione della L. n. 865 del 1971, art. 20”.

Sostiene che l’erronea disapplicazione della L. n. 2359 del 1865, art. 40, si è negativamente riflessa sulla determinazione dell’indennità di occupazione legittima, comportandone una ridotta quantificazione.

  1. “art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione e/o falsa applicazione della L. n. 2359 del 1865, art. 46. Art. 360 c.p.c., n. 5 – Vizio di motivazione”.

Sostiene che in ogni caso i giudici d’appello avrebbero dovuto accordargli il ristoro del subito danno all’accesso ai suoi fondi non ablati, applicando la L. n. 2359 del 1865, art. 46.

  1. “art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione e/o falsa applicazione della L. n. 865 del 1971, art. 17 e dei principi di “diritto vivente” in tema di triplicazione dell’indennità di esproprio in favore del proprietario coltivatore diretto, assumendo che ricorreva il presupposto dell’offerta di un’indennità provvisoria di esproprio irrisoria.
  2. Art. 360 c.p.c., n. 5 – Vizio di omessa o comunque insufficiente motivazione”.

“art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1224 c.c. e del principio di diritto vivente (Cass. Sez. Un. n. 19499 del 2008) in tema di rivalutazione monetaria”. In riferimento al diniego di ristoro del maggior danno da svalutazione monetaria.

Il primo ed il terzo motivo del ricorso meritano favorevole apprezzamento ed al relativo accoglimento segue anche l’assorbimento del secondo e del quarto motivo d’impugnazione, mentre devono essere respinti il quinto ed il sesto motivo.

In primo luogo erroneamente è stata esclusa in via di principio l’applicabilità della L. n. 2359 del 1865, art. 40, atteso che nei giudizi aventi ad oggetto la determinazione dell’indennità di espropriazione, relativi a procedimenti in cui la dichiarazione di pubblica utilità sia stata emessa, come nella specie, prima del 30 giugno 2003, data di entrata in vigore del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, opera la disciplina transitoria prevista dall’art. 57 D.P.R. stesso, secondo cui le disposizioni del testo unico non si applicano ai progetti edilizi per i quali, alla data di entrata in vigore del decreto, sia intervenuta la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza, cui continuano invece ad applicarsi tutte le normative vigenti a quella data (cfr. Cass. n. 3749 del 2012). Dunque, nella specie, ben avrebbe potuto trovare applicazione anche il citato art. 40, ove ne fossero ricorsi i previsti presupposti (in tema, tra le altre, cfr Cass. SU n. 9041del 2008;

Cass nn. 9541 e 4787 del 2012; n. 26357 del 2011), il che però non avrebbe nel contempo consentito l’invocabilità dell’art. 46 del medesimo testo normativo (cfr. Cass. n. 18547 del 2011). L’avere i giudici d’appello erroneamente escluso l’applicabilità di detta disposizione normativa si è inoltre riflesso anche sulla determinazione dell’indennità per l’occupazione provvisoria legittima, che è stata da loro computata in rapporto all’indennità di esproprio del solo terreno ablato (indennità che è stata peraltro calcolata in base al valore reale e non agricolo medio tabellare del fondo – in tema cfr. Corte Cost. n. 181 del 2011), ossia in base a parametro di riferimento che, come sostenuto nel terzo motivo del ricorso, è destinato a mutare in senso favorevole al ricorrente nel caso di riconduzione della fattispecie al diverso ambito dell’espropriazione parziale.

Il quinto motivo del ricorso deve essere respinto, non essendo stata censurata dallo I. anche l’affermazione dei giudici di merito secondo cui non era stata dallo stesso dimostrata la qualità di coltivatori diretti in capo agli originari proprietari, suoi danti causa, e, dunque, la ricorrenza nella specie dell’ulteriore presupposto necessario per l’attribuzione del beneficio della triplicazione dell’indennità, previsto dalla L. n. 865 del 1971, art. 17, comma 1, ed invocato pure in questa sede.

Anche il sesto motivo del ricorso non merita favorevole apprezzamento, dal momento che, vertendosi in caso di debiti di valuta, lo I. avrebbe dovuto quanto meno tempestivamente allegare le ragioni per le quali il lamentato maggiore danno non potesse ritenersi assorbito dalla liquidazione degli interessi legali (cfr. Cass. SU n. 19499 del 2008; Cass. n. 12828 del 2009), onere che invece il ricorrente non deduce di avere assolto nel grado di merito.

Conclusivamente si devono accogliere il primo ed il terzo motivo, respingere invece il quinto ed il sesto, dichiarare assorbiti i restanti motivi del ricorso e cassare l’impugnata sentenza con rinvio alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, cui si demanda anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie il primo ed il terzo motivo del ricorso, respinge il quinto ed il sesto, dichiara assorbiti i restanti motivi, cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. VITRONE     Ugo                               –  Presidente   -Dott. BENINI      Stefano                      –  rel. Consigliere  -Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria                        –  Consigliere  -Dott. CRISTIANO   Magda                             –  Consigliere  -Dott. ACIERNO     Maria                             –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 16583-2007 proposto da:            G.M. (c.f. (OMISSIS)),            G.S.  (C.F. (OMISSIS)),   elettivamente   domiciliati   in   ROMA,   VIA ZANARDELLI 20, presso l’avvocato GIUFFRE’ FRANCESCO, rappresentati  e difesi  dall’avvocato  RIZZO SERGIO, giusta  procura  a  margine  del ricorso;                                                        – ricorrenti –                                contro COMUNE  DI CATANIA, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato  in  ROMA, V.LE MILIZIE 76, presso l’avvocato  DONNANGELO ANTONIO,  rappresentato e difeso dagli avvocati PATANE’ PAOLO,  RUSSO ROSARIO,  giusta  procura  a  margine  del  controricorso  e  procura autenticata  dal  Segretario Generale del Comune di Catania  dott.ssa ANTONINA LIOTTA del 13.2.2014;                                                  – controricorrente –                                contro S.T.A. PROGETTI S.R.L.;                                                          – intimata – avverso  la  sentenza n. 360/2006 della CORTE D’APPELLO  di  CATANIA, depositata il 02/05/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 13/02/2014 dal Consigliere Dott. STEFANO BENINI; udito, per i ricorrenti, l’Avvocato RIZZO SERGIO che si riporta; udito, per il controricorrente, l’Avvocato RUSSO ROSARIO, con procura speciale, che si riporta; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. RUSSO  Rosario  Giovanni  che  ha  concluso  per  l’accoglimento  del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con distinti atti di citazione notificati il 23-24.4.1993 ed il 30.9.1996, G.M. e G.S. convenivano in giudizio il Comune di Catania e la S.T.A. Progetti s.r.l. davanti alla Corte d’appello di Catania, opponendosi alla stima e chiedendo la determinazione delle indennità di occupazione e di esproprio relativamente a terreni di loro proprietà, assoggettati a procedura espropriativa da parte dell’amministrazione convenuta per la complessiva estensione di mq. 11.975, ai fini dell’attuazione di un piano di zona per l’edilizia economico-popolare.

Si costituivano in giudizio i convenuti, eccependo la S.T.A. Progetti la propria carenza di legittimazione passiva, ed il Comune di Catania contestando il fondamento delle domande, di cui chiedeva il rigetto.

Con sentenza depositata il 2.6.2006, la Corte d’appello, ritenuta la titolarità dell’obbligo indennitario a carico del solo Comune, beneficiario dell’opera, ritenuta la natura agricola del fondo e l’irrilevanza della edificabilità di fatto, e che dunque l’indennità di esproprio era da determinare con il criterio del valore agricolo medio, rigettava la domanda. Riguardo all’occupazione dei terreni, di un cespite di mq. 7.820 il Sindaco di Catania l’aveva disposta con ordinanza 3.6.1981, ma dopo l’immissione in possesso, i proprietari avevano ottenuto che in sostituzione di detti terreni, fosse occupato un altro cespite, sempre di loro proprietà: non era possibile determinare l’indennità a tale titolo, perchè relativamente al primo gli attori non avevano provato la durata dell’occupazione, e del secondo non vi era prova che lo stesso fosse stato oggetto di un decreto di occupazione. Ricorrono per cassazione G.M. e G.S. affidandosi a quattro motivi, al cui accoglimento si oppone con controricorso il Comune di Catania.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, G.M. e G. S., denunciando violazione e falsa applicazione della L. n. 359 del 1992, art. 5-bis e della L. n. 865 del 1971, art. 16, nonchè della L. n. 865 del 1971, artt. 35 e 50 e dei titoli 2^ e 3^ della stessa legge, della L. n. 10 del 1977, art. 2, della L. n. 167 del 1962, artt. 3, 8 e 9, della L. n. 1150 del 1942, art. 16, censurano la sentenza impugnata per aver ritenuto la natura non edificabile dei terreni, siccome classificati verde rurale con vincolo assoluto di inedificabilità dal prg di Catania del 1969, mentre essendo i terreni espropriati inseriti nel peep “Librino”, l’approvazione di quest’ultimo, nel 1979, aveva effetto di variante con conferimento alle aree in esso comprese del carattere della edificabilità.

Con il secondo motivo di ricorso, G.M. e G. S., denunciando omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo, censura la sentenza impugnata per aver accertato la ricomprensione dei terreni nel peep per poi escludere l’edificabilità di diritto.

Con il terzo motivo di ricorso, G.M. e G. S., denunciando violazione e falsa applicazione della L. n. 865 del 1971, art. 20, della L. n. 2359 del 1865, artt. 71, 72 e 73, dell’art. 2697 c.c., e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo, censura la sentenza impugnata per l’omessa liquidazione dell’indennità di occupazione relativamente ad un terreno di mq. 7.820, interessato da decreto di occupazione del 3.6.1981, riguardo al quale gli attori ottennero dal Comune che in sua sostituzione fosse occupato un diverso appezzamento di loro proprietà, e riguardo al terreno effettivamente espropriato, di mq.

11.975.

Con il quarto motivo di ricorso, G.M. e G. S. assumono che le spese del giudizio di merito dovevano esser poste a carico del Comune. Il primo motivo è fondato.

E’ accertato in causa che i terreni espropriati, con decreto del 12.3.1990, sono stati utilizzati per l’attuazione del peep, approvato nel 1976, con una variante, detta “Librino”, del 1979, e che al momento dell’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio (6.7.1981), la destinazione urbanistica era a verde rurale.

Dalla vicenda la Corte d’appello non deduce conseguenze corrette in ordine alla qualificazione del fondo espropriato, a fini indennitari.

L’inclusione di un’area nel piano di zona per l’edilizia economica e popolare, anche ove l’originaria zonizzazione del prg ne comportasse la qualificazione come suolo agricolo, implica che, in virtù della variante introdotta dal peep (che in tale parte va considerato strumento programmatorio e conformativo), la stessa abbia acquisito carattere di edificabilità e che la determinazione dell’indennità di esproprio debba adottare il criterio previsto per le aree edificabili, essendo irrilevante che nel contesto del peep l’area sia destinata ad usi che non comportano specifica realizzazione di opere edilizie (verde pubblico, viabilità di prg); ciò non significa che tutti i terreni compresi nell’ambito del piano debbano avere eguale valore di mercato, poichè l’effettiva potenzialità edificatoria va da un minimo (tendente a zero) ad un massimo, con una gamma di situazioni intermedie su cui incide in misura determinante l’edificabilità effettiva, quale attitudine del suolo ad essere sfruttato e concretamente destinato a fini edificatori (in base a vari fattori: centralità, ubicazione, consistenza, vicinanza a strutture pubbliche, volumetria ecc), e restando comunque escluso che detto valore possa essere stabilito in base alle localizzazioni interne al programma espropriativo eseguite dall’amministrazione, cioè in funzione delle disposizioni del piano per l’edilizia attinenti alla collocazione sui singoli fondi di specifiche edificazioni ovvero di servizi ed infrastrutture (Cass. 22.11.2010, n. 23584), essendo anzi necessario tenere conto dell’incidenza degli spazi riservati (secondo le prescrizioni dello strumento urbanistico attuativo) ad infrastrutture e servizi di interesse generale; il che può anche essere espresso ricorrendo a indici medi di edificabilità riferiti all’intera zona omogenea; ne consegue che tutti i terreni espropriati in ambito peep percepiscono la stessa indennità, calcolata su una valutazione del fondo da formulare sulla potenzialità edificatoria media di tutto il comprensorio, vale a dire dietro applicazione di un indice di fabbricabilità (territoriale) che sia frutto del rapporto fra spazi destinati agli insediamenti residenziali e spazi liberi (Cass. 5.9.2008, n. 22421).

La sentenza va dunque cassata, con rinvio al fine di rideterminare l’indennità di espropriazione con il criterio delle aree edificabili, tenendo anche conto che a seguito della dichiarazione di incostituzionalità del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5-bis, conv. in L. 8 agosto 1992, n. 359 (Corte cost. 24.10.2007, n. 348), rivive la L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39, e va, quindi, fatto riferimento al valore di mercato (Cass. 8.5.2008, n. 11480;

21.6.2010, n. 14939; 19.3.2013, n. 6798). Il secondo motivo di ricorso resta assorbito, riproponendo doglianze identiche al primo, sotto il profilo del vizio di motivazione. Venendo al terzo motivo, esso appare fondato. Posto che relativamente al cespite inizialmente occupato, di mq. 7.820, il giudice accerta essere avvenuta l’immissione in possesso, la dismissione dello stesso da parte dell’amministrazione, plausibilmente legata all’occupazione del cespite indicato dagli stessi proprietari in sostituzione, deve essere provata dall’amministrazione.

Il principio per cui il verbale di immissione in possesso, in conseguenza della pronuncia di un decreto di occupazione, fa presumere che l’amministrazione, beneficiarla dell’occupazione stessa, si sia effettivamente impossessata dell’immobile, e che non è sul proprietario che incombe la prova di aver sofferto la perdita del possesso dell’immobile, bensì è il beneficiario del provvedimento di occupazione a dover dimostrare la mancata esecuzione del provvedimento amministrativo di occupazione (Cass. 31.3.2008, n. 8384) può ricavarsi anche che, una volta accertata l’immissione in possesso, ove l’immobile sia restituito prima dell’esaurimento temporale del periodo autorizzato, spetta all’amministrazione dimostrarlo. La Corte d’appello ha erroneamente affermato che la prova della durata dell’occupazione deve essere data dal proprietario. La motivazione, inoltre, appare insufficiente, o quanto meno contraddittoria, nel momento in cui afferma esser mancato il decreto di occupazione per il cespite di mq. 11.975 oggetto del decreto di esproprio, per poi affermare che “il citato decreto di occupazione” indica come dovute l’indennità di lire 25.129.500 per indennità di espropriazione e lire 16.502.865 per indennità di occupazione. La sentenza va dunque cassata anche su questo punto, spettando al giudice di rinvio, un nuovo accertamento sui presupposti per il riconoscimento dell’indennità di occupazione.

Il quarto motivo, attinente le spese, va considerato assorbito.

All’esito della cassazione della sentenza la causa va rinviata a diversa sezione della Corte d’appello di Catania che provvederà al nuovo giudizio, in applicazione dei principi sopra enunciati, oltre che alla regolamentazione delle spese di questo giudizio di cassazione.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il terzo motivo, assorbiti il secondo e il quarto. In relazione alle censure accolte, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Catania.

Così deciso in Roma, il 13 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO    Salvatore                          –  Presidente   -Dott. CECCHERINI Aldo                          –  rel. Consigliere  -Dott. DI AMATO   Sergio                             –  Consigliere  -Dott. GIANCOLA   Maria C.                           –  Consigliere  -Dott. CAMPANILE  Pietro                             –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 2922-2007 proposto da: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE,  in persona del Presidente pro tempore, domiciliata in  ROMA, VIA  DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende ope legis;                                                        – ricorrente –                                contro COMUNE DI POZZUOLI,                C.D.;                                                          – intimati – sul ricorso 6929-2007 proposto da: COMUNE DI POZZUOLI, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente  domiciliato  in  ROMA,  VIA  M.  DIONIGI  57,   presso l’avvocato  DE  CURTIS CLAUDIA, rappresentato e difeso  dall’avvocato STARACE  ALDO, giusta procura a margine del controricorso  e  ricorso incidentale condizionato;                         – controricorrente e ricorrente incidentale –                                contro PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE,                C.D.;                                                          – intimati – avverso la sentenza n. 211/2006 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 09/01/2014 dal Consigliere Dott. ALDO CECCHERINI; udito,   per  la  ricorrente,  l’Avvocato  GIACOBBE  che  ha  chiesto l’accoglimento del ricorso; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. SALVATO  Luigi che ha concluso per il rigetto del ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 Con sentenza del 29 febbraio 2000, il Tribunale di Napoli condannò il Comune di Pozzuoli al pagamento di L. 20.000.000, oltre agli interessi, somma pari a un mezzo dell’indennità per l’espropriazione del fabbricato pericolante del signor C.D., a norma della L. n. 74 del 1996, escludendo la responsabilità della Presidenza del consiglio dei Ministri sebbene il sindaco avesse agito anche quale ufficiale di governo.

  1. Con sentenza in data 25 gennaio 2006, la corte d’appello di Napoli, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato le domande proposte nei confronti del Comune di Pozzuoli, e ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dipartimento della protezione civile, al pagamento in favore dell’attore di Euro 10.329,13, oltre agli accessori, quale indennità per la demolizione dell’appartamento del quale era comproprietario. La corte ha ritenuto che il sindaco avesse agito quale commissario di governo, espressamente delegato dal Ministero per il coordinamento della protezione civile con atto richiamato nell’ordinanza sindacale di demolizione del 19 febbraio 1988, e ha tenuto conto del trasferimento della provvista di cui alla L. n. 74 del 1996, art. 15 sexies. Ha inoltre considerato che il piano di recupero adottato dal comune, e che contemplava la demolizione dell’edificio, era stato annullato, e permaneva il diritto del proprietario di essere indennizzato per la demolizione compiuta dal sindaco di Pozzuoli quale ufficiale di governo. In mancanza di prova circa il trasferimento dall’amministrazione statale al Comune di Pozzuoli dei fondi a ciò destinati dalla legge, l’obbligo di pagamento dell’indennità doveva essere posto a carico della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
  2. Per la cassazione di questa sentenza, non notificata, ricorre la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con atto notificato il 12 gennaio 2007, per due motivi. L’amministrazione ha depositato memoria.
  3. Il Comune di Pozzuoli resiste con controricorso e ricorso incidentale condizionato per un unico motivo.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. I due ricorsi, proposti contro la medesima sentenza, devono essere riuniti a norma dell’art. 335 c.p.c..
  2. Con il primo motivo, per violazione degli artt. 1362 e ss. c.c. e falsa applicazione della L. n. 74 del 1996, art. 15 sexies, la Presidenza del consiglio deduce che la legittimazione passiva al risarcimento del danno per la demolizione del fabbricato era del Comune di Pozzuoli, che aveva adottato il piano di recupero comportante l’abbattimento, a nulla rilevando che il piano stesso fosse poi stato annullato; mentre la L. 26 febbraio 1996, n. 74, che aveva convertito in legge il D.L. 29 dicembre 1995, n. 560 e in tal modo trasferito al comune i mezzi per far fronte agli indennizzi, era posteriore alla notificazione dell’atto di citazione.

6.1. Il motivo è infondato. La controversia verte sul diritto all’indennità per la demolizione di un fabbricato in zona di bradisismo, disposta per ragioni di sicurezza dal Comune di Pozzuoli su delega del Ministero per il coordinamento della protezione civile (al quale subentrò poi il Dipartimento della protezione civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri). Nessun rilievo ha la vicenda dell’approvazione, da parte del comune, di un piano di recupero che avrebbe implicato egualmente la demolizione del fabbricato, poichè, a seguito dell’annullamento del piano in sede di giurisdizione amministrativa, il piano medesimo deve considerarsi tamquam non esset.

Nè poi offre il fianco a censure l’affermazione della corte territoriale, che la demolizione fosse imputabile all’amministrazione centrale. A questo riguardo opportunamente la sentenza ricorda che, a norma del D.Lgs. 12 aprile 1948, n. 1010, art. 1 (disposizione che era richiamata nella delega), il Ministro dei lavori pubblici è autorizzato a provvedere, a sua cura e spese, ai lavori di carattere urgente e inderogabile dipendenti da necessità di pubblico interesse, determinate da eventi calamitosi, quali scosse telluriche, eruzioni vulcaniche, alluvioni, frane, nubifragi, mareggiate, valanghe e altre calamità naturali; e che in particolare tali lavori possono riguardare (lett. a) puntellamenti, demolizioni, sgombri e altri lavori a tutela della pubblica incolumità. E così è esatto che il potere di ordinanza spettante al Sindaco per l’emanazione dei provvedimenti contingibili e urgenti a fini di pubblico interesse appartiene allo Stato, ancorchè nel provvedimento siano implicati interessi locali, agendo il Sindaco quale ufficiale di governo (Cass. 16 marzo 2007 n. 6293). La delega conferita dall’amministrazione centrale al Sindaco del Comune di Pozzuoli, a intervenire a salvaguardia della pubblica incolumità e per l’esecuzione degli interventi di cui al D.Lgs. 12 aprile 1948, n. 1010, art. 1, lett. a) s’inserisce nel predetto quadro normativo, che vale anche da solo a giustificare la conclusione che nella fattispecie il Sindaco del Comune di Pozzuoli agì quale ufficiale di governo; mentre il successivo richiamo della L. 26 febbraio 1996, n. 74, art. 15 sexies, comma 3, come novellato dalla L. 3 agosto 1998, n. 267, art. 6 bis (per cui “per il recupero del patrimonio edilizio danneggiato dal bradisismo nell’area flegrea e dal terremoto del 1980, di cui al D.L. 7 novembre 1983, n. 623, art. 1, commi 1-ter e 1-quater, convertito, con modificazioni, dalla L. 23 dicembre 1983, n. 748, nonchè per la corresponsione delle indennità di espropriazione o per il subito detrimento dei fabbricati demoliti a tutela della pubblica e privata incolumità, il dipartimento della protezione civile è autorizzato a trasferire al Comune di Pozzuoli gli stanziamenti indicati nella tabella D della L. 23 dicembre 1994, n. 725, e nella tabella D della L. 28 dicembre 1995, n. 550”) ha valore solo di conferma della legittimazione passiva dell’amministrazione centrale, sicchè la posteriorità della norma da ultimo citata, alla citazione introduttiva del presente giudizio è irrilevante. Per la stessa ragione, irrilevante deve ritenersi il fatto che alla legge abbia fatto effettivamente seguito il trasferimento di fondi autorizzato, essendo comunque escluso – per quel che in questa sede può rilevare – che il trasferimento dei fondi, che il giudice di merito ha dichiarato non provata, implicasse trasferimento della legittimazione, e privasse il privato, insoddisfatto del suo diritto, di agire nei confronti dell’amministrazione responsabile.

  1. Con il secondo motivo si deduce che il diritto al risarcimento del danno sarebbe prescritto con il decorso del quinquennio prima della notificazione della citazione. La tesi è argomentata dalla pretesa natura risarcitoria del diritto del privato, per l’inapplicabilità della L. n. 74 del 1996, posteriore, e la conseguente mancanza di titolo per la demolizione. Esso è dunque assorbito dal rigetto del motivo precedente, e dal consolidamento della ricostruzione della corte territoriale, secondo cui nella fattispecie si trattò di responsabilità del Ministero per atto lecito (l’ordine di abbattimento), che si prescrive nel decennio.
  2. Il rigetto del ricorso principale assorbe l’esame del ricorso incidentale condizionato proposto dal Comune di Pozzuoli.
  3. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza della ricorrente principale e sono liquidate come in dispositivo.

PQM
P.Q.M.

Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale. Condanna la ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 4.000,00 per compenso, oltre agli oneri accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio prima sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 9 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALME’     Giuseppe                         –  Presidente   –  Dott. CECCHERINI Aldo                             –  Consigliere  –  Dott. FORTE      Fabrizio                         –  Consigliere  –  Dott. MACIOCE    Luigi                            –  Consigliere  –  Dott. BENINI     Stefano                     –  rel. Consigliere  –  ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 9009/2007 proposto da: MINISTERO  PER  I  BENI  E  LE ATTIVITA’ CULTURALI,  in  persona  del Ministro  pro  tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI  PORTOGHESI  12, presso  l’AVVOCATURA  GENERALE DELLO  STATO,  che  lo  rappresenta  e difende ope legis;                                                        – ricorrente –                                contro EDILSTEVI S.R.L.;                                                          – intimata – sul ricorso 11111/2007 proposto da: EDILSTEVI   S.R.L.  (p.i.  (OMISSIS)),  in  persona  del   legale rappresentante prò tempore, elettivamente domiciliata in  ROMA,  VIA L.  MANTEGAZZA  24,  presso il sig.         G.L.,  rappresentata  e difesa  dall’avvocato GIANFREDA ADOLFO, giusta procura a margine  del controricorso e ricorso incidentale;                         – controricorrente e ricorrente incidentale –                                contro MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI;                                                          – intimato – avverso  la  sentenza  n.  72/2006 della CORTE  D’APPELLO  di  LECCE, depositata il 24/01/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 08/01/2014 dal Consigliere Dott. STEFANO BENINI; udito,  per il ricorrente principale, l’Avvocato dello Stato  MASSIMO GIANNUZZI  che  ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale,  il rigetto dell’incidentale; udito,  per  la controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato ADOLFO  GIANFREDA  che ha chiesto il rigetto del ricorso  principale, l’accoglimento dell’incidentale; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. CAPASSO  Lucio,  che  ha concluso per, previa riunione  dei  ricorsi, l’accoglimento del primo motivo del ricorso principale e rigetto  del secondo motivo, per il rigetto del ricorso incidentale.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 12.6.1996, la Edilstevi s.r.l.

conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Lecce il Ministero per i beni culturali e ambientali chiedendone la condanna al pagamento della somma di L. 1.149.954.960, con interessi e rivalutazione, a titolo di indennizzo per sospensione dei lavori di costruzione di un fabbricato in Brindisi, e occupazione temporanea del suolo, di sua proprietà, da parte della Soprintendenza archeologica della Puglia, dal 18.3 al 9.9.1995, per l’effettuazione di ricerche archeologiche.

Si costituiva in giudizio il Ministero per i beni culturali e ambientali, contestando il fondamento della domanda, di cui chiedeva il rigetto.

Avverso la sentenza di primo grado, depositata il 18.5.2003, che riteneva indennizzabile l’intero periodo di occupazione (comprensivo del periodo di mera sospensione dei lavori), ed escludendo la natura risarcitoria del dovuto, condannava l’amministrazione al pagamento della somma di Euro 72.027,02, proponevano appello, in via principale, il Ministero per i beni e le attività culturali (già Ministero per i beni culturali e ambientali), e in via incidentale la Edilstevi s.r.l. Con sentenza depositata il 24.1.2006, la Corte d’appello di Lecce, in parziale accoglimento del gravame, confermava che il periodo indennizzabile comprendesse tutto il tempo i cui il proprietario non aveva potuto disporre dell’immobile, quindi dal 18.3.1995, per tutta la durata della sospensione dei lavori, e poi dell’occupazione temporanea, e riformava la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva liquidato l’indennizzo alla stregua di una comune obbligazione risarcitoria, dovendosi viceversa tener conto del particolare statuto della proprietà interessata da testimonianze storiche, che nasce vincolata per l’interesse pubblico alla conservazione del patrimonio culturale, costituzionalmente tutelato:

conseguentemente determinava l’indennità con il criterio degli interessi legali sul valore effettivo del bene, riconoscendo la somma di Euro 35.253,06, con interessi dalla domanda.

Ricorre per cassazione l’Avvocatura generale dello Stato per conto del Ministero per i beni e le attività culturali, affidandosi a due motivi, illustrati da memoria, al cui accoglimento si oppone con controricorso la Edilstevi s.r.l., che a sua volta propone ricorso incidentale fondato su un motivo.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Deve preliminarmente disporsi la riunione dei procedimenti ai sensi dell’art. 335 c.p.c., avendo essi ad oggetto ricorsi avverso la stessa sentenza.
  2. Con il primo motivo di ricorso, il Ministero per i beni e le attività culturali, denunciando violazione e falsa applicazione della L. 1 giugno 1939, n. 1089, artt. 20 e 43, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto indennizzabile anche il periodo anteriore all’adozione del decreto di occupazione di urgenza, per la durata della sospensione dei lavori, che è misura diretta a garantire l’integrità fisica delle cose di interesse archeologico in attesa dei provvedimenti diretti a consentire la ricerca e la valorizzazione delle scoperte archeologiche, e non può essere assimilata ad un provvedimento ablatorio.

Con il secondo motivo di ricorso, l’amministrazione ricorrente, denuncia la nullità della sentenza impugnata, per non essersi pronunciata sull’eccezione di compensatio lucri cura damno, proposta in primo grado e ribadita nell’atto di appello (in cui si era anche precisato l’importo da defalcare sulla base delle risultanze della c.t.u. in primo grado), avendo l’impresa proprietaria tratto vantaggio dagli scavi eseguiti dalla Soprintendenza, fino a quota di progetto.

  1. Con l’unico motivo del ricorso incidentale, la Edistevi s.r.l., denunciando violazione e falsa applicazione della L. 1 giugno 1939, n. 1089, artt. 20 e 43, della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 68, degli artt. 61, 62, 112, 114, 115 e 116 c.p.c., e dell’art. 2697 c.c., ed omessa e/o insufficiente motivazione su punto decisivo, censura la sentenza impugnata per non aver congruamente indennizzato le perdite subite dall’impresa, liquidate dal primo giudice considerando il costo per la vigilanza del cantiere, per le attrezzature, gli interessi legali sul valore del lotto, non comprendendosi, peraltro, su quale base il giudice di secondo abbia applicato gli interessi per calcolare l’indennità, essendo certo che il valore del suolo, quantificato dalla Edilstevi stessa senza contestazione, ammontava a L. 3.501.000.000, o comunque doveva essere accertato tramite c.t.u..
  2. Il primo motivo del ricorso principale è fondato. La L. 1 giugno 1939, n. 1089, art. 20, (applicabile al caso di specie; in seguito, con disciplina sostanzialmente immutata, D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, art. 28; D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 28) conferisce ai soprintendenti il potere di ordinare la sospensione dei lavori iniziati sulla cosa d’interesse storico-artistico: il primo comma riguarda gli interventi, per i quali non vi sia stata autorizzazione, apprestati su immobili di proprietà privata per i quali sia intervenuta la dichiarazione di interesse particolarmente importante;

il secondo comma riguarda i beni per i quali non sia ancora intervenuta la “notifica”.

Se la prima ipotesi è rafforzativa del controllo autorizzatorio per le cose sulle quali l’autorità abbia già riscontrato l’interesse culturale, la seconda ha carattere palesemente cautelare, mirando a salvaguardare l’integrità delle cose, evidentemente fino ad allora non conosciute dall’amministrazione. Per il solo fatto di possedere i connotati oggettivi del bene d’interesse storico-artistico, la cosa di proprietà privata, anche se non notificata, viene sottratta alle facoltà di trasformazione da parte del proprietario, in nome del superiore interesse alla tutela dei beni culturali. La misura, conformemente alla finalità cautelare, è provvisoria, e decade ove nel temine di sessanta giorni non sia intervenuta la notifica.

Questa è l’unica conseguenza che la legge riconnette all’ordine di sospensione: nessun indennizzo è previsto per la menomazione, peraltro temporanea, delle facoltà dominicali, a differenza di altre ingerenze nella proprietà, che alla stregua della stessa disciplina di tutela delle cose d’interesse storico-artistico, comportano più rilevanti compressioni (come l’occupazione d’urgenza, della quale si dirà oltre), fino alla soppressione del diritto (art. 54 e ss.), quando l’interesse culturale possa essere salvaguardato solo mediante l’acquisizione del bene alla proprietà pubblica. L’ordine di sospensione non è in funzione dell’occupazione, nè dell’espropriazione (e dunque non assume le sembianze di provvedimento ablatorio), ma è in funzione dell’imposizione eventuale di un vincolo: che se manca, deve essere apposto nel termine di efficacia del provvedimento cautelare. Nell’ipotesi del secondo comma dell’art. 20, la sospensione dei lavori dannosi per l’integrità del bene, costituisce provvisoria anticipazione del vincolo e in qualche modo, sempre che lo stesso venga apposto entro sessanta giorni, ne assume la natura.

Nel superiore interesse della cultura, quale valore cui tende l’ordinamento costituzionale (art. 9 Cost.), la proprietà su cui insistano beni d’interesse storico-artistico nasce conformata, nel senso che la natura stessa del bene giustifica le limitazioni al diritto dominicale, a differenza dei vincoli, di natura discrezionale, apposti in virtù di provvedimenti dell’amministrazione, che per non intaccare il nucleo essenziale della proprietà, devono essere temporanei, o comunque indennizzati.

Il vincolo di interesse storico ed artistico si collega alle caratteristiche intrinseche dei beni; pertanto, il decreto dichiarativo della particolare importanza ai fini pubblici non concreta l’imposizione di un vincolo espropriativo ai sensi dell’art. 42 Cost., comma 3, e non comporta la necessità di indennizzo (Cass. 19.7.2002, n. 10542). La limitazione alla proprietà per le superiori ragioni della cultura è stata ricondotta dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo alle ragioni d’interesse generale che ai sensi dell’art. 1, prot. 1, seconda parte, giustificano l’apposizione del vincolo senza indennizzo (sentenze 26.6.2007, in cause Perinelli/Italia e Longobardi/Italia). Principio che a maggior ragione va applicato ad una misura a carattere provvisorio e temporaneo, quale la sospensione prevista dall’art. 20 l. 1089/39.

Per il tempo in cui il bene, per ragioni d’interesse culturale, abbia subito restrizioni al suo utilizzo, prima, in via provvisoria, per il tempo limitato in cui per salvaguardarne l’integrità materiale, è stata interdetta un’attività potenzialmente dannosa in atto, poi, per il periodo successivo, in virtù del riconosciuto dell’interesse pubblico alla conservazione, sono state limitate le facoltà di trasformazione e disposizione del bene, non è dovuta alcuna reintegrazione patrimoniale. Le conclusioni non cambiano ove, al primo periodo di sospensione, non sia seguita, come nella specie, l’imposizione del vincolo.

In accoglimento del motivo di doglianza, si procederà ad una proporzionale riduzione dell’indennizzo riconosciuto dal giudice di merito, come si dirà oltre.

  1. Riguardo al secondo motivo, la pretesa di compensazione appare generica, non essendo richiamate nel motivo di ricorso, se non attraverso un sommario accenno, le ragioni per le quali il proprietario costruttore sarebbe stato avvantaggiato dalle ricerche archeologiche. Non ottemperando all’onere di rappresentare puntualmente i fatti di causa in parte qua nel momento in cui si accinga al ricorso per cassazione (Cass. 11.1.2007, n. 324), in ottemperanza al principio di autosufficienza, il motivo è inammissibile.
  2. Il ricorso incidentale è infondato, e va rigettato.

La Corte d’appello di Lecce non incorre in alcuna violazione di legge riguardo alla qualificazione in termini indennitari, e non risarcitori, del compenso dovuto per l’occupazione a fini di ricerche archeologiche, disciplinata dalla L. 1 giugno 1939, n. 1089, art. 43, mediante il rinvio alla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 65 e ss..

L’occupazione a fini di ricerca archeologica costituisce attività lecita della pubblica amministrazione, mirante a realizzare l’interesse pubblico alla conservazione del patrimonio storico- artistico e alla promozione della cultura e della ricerca (art. 9 Cost.), essendo d’altro canto giustificati, per ragioni d’interesse culturale, anche il sacrificio definitivo della proprietà privata (L. n. 1089 del 1939, art. 56), o, più in generale, la limitazione all’uso, al godimento, alla disponibilità (artt. 3 e 21). La proprietà delle cose che rivestono l’interesse storico, artistico, archeologico, nasce vincolata, e la connotazione culturale del bene è un carattere che incide sulla valutazione economica dello stesso, comportando, ad esempio, che in caso di esproprio, dell’eventuale minusvalore che il vincolo determini sul bene, a causa della sua limitata utilizzabilità, si debba tener conto in sede di determinazione dell’indennizzo, come per tutti i vincoli conformativi della proprietà (Cass. 17.4.2008, n. 10102).

Tali considerazioni, inerenti, da un lato, alla qualificazione dell’attività di ricerca archeologica condotta dagli enti preposti (istituzionalmente lo Stato: art. 43, primo comma), dall’altro al particolare statuto della proprietà dei terreni il cui sottosuolo contenga testimonianze di antiche civiltà, inducono alla corretta interpretazione del combinato disposto della L. n. 1089 del 1939, art. 43, comma 3, (vedi ora il D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, art. 85, testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali) e L. n. 2359 del 1865, art. 68, comma 2: la riparazione del pregiudizio arrecato alla proprietà privata dall’occupazione a fini di ricerca archeologica non può essere ispirata ai caratteri di integralità del risarcimento, bensì assume i connotati dell’obbligazione indennitaria che, in quanto riferita alla lesione dell’altrui interesse a prescindere dal contegno illecito e dalla colpa, si risolve nell’obbligo di versare un compenso minore, per lo più limitato alla perdita della disponibilità del bene (Cass. 29.8.2002, n. 12642; 22.11.2012, n. 20679).

Nell’ipotesi di occupazione temporanea, l’art. 68 fissa alcuni parametri, che assumono i caratteri della valutazione equitativa.

Nella specie, l’occupazione è stata compensata con il criterio degli interessi legali sul valore del fondo per la durata dell’occupazione.

La contestazione sul valore-base del fondo, su cui sono stati applicati gli interessi, appare inammissibile, posto che tale valore, fissato dal giudice di primo grado in L. 1.457.000.000, non aveva formato oggetto di contestazione da parte dell’attuale ricorrente incidentale, che aveva incidentalmente gravato la sentenza del Tribunale solo per non aver liquidato gli interessi per l’aliquota di ricavo incassata con ritardo dalle vendite delle unità immobiliari realizzate sul fondo.

L’equità che ha informato la determinazione indennitaria nel caso di specie, risulta applicata dalla Corte d’appello – nei limiti in cui è consentita la verifica di legittimità nel giudizio equitativo, particolarmente in sede di liquidazione indennitaria (Cass. 19.7.2002, n. 10571) – con operazione immune da vizi logici e giuridici, che fa leva sul particolare interesse pubblico connesso alla tutela dei beni culturali ed alle conseguenti limitazioni alla proprietà privata. In coerenza con il carattere solo parzialmente ristorativo del pregiudizio, previsto dalla normativa all’epoca vigente, è stata esclusa l’indennizzabilità del danno al proprietario-costruttore, reclamato per il ritardo nella vendita degli immobili realizzati sul fondo dopo la restituzione, che il giudice di primo grado aveva commisurato agli interessi sul ricavo dalla vendita delle unità immobiliari realizzate sul fondo.

Il criterio indennitario applicato appare comunque più remunerativo dell’indennizzo per l’occupazione preespropriativa, all’epoca vigente (interessi sul valore espropriativo, inferiore in misura consistente al valore venale, secondo il sistema del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art.5 bis, conv. in L. 8 agosto 1992, n. 359) ma anche alla luce delle sopravvenienze normative: l’applicazione del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 88, comma 3, fa rinvio all’indennità di occupazione legittima ed al correlato criterio di computo, che comporta l’erogazione non dell’interesse legale sull’ammontare del valore dell’area ma della quota di 1/12, pari all’8,33% annuo (D.P.R. 8 giugno 2011, n. 327, art. 50), laddove il giudice d’appello ha applicato il tasso del 10% annuo sul valore del bene, come sopra indicato, per la durata dell’occupazione (approdando al risultato di Euro 35.253,06, che, corrispondendo a L. 68.259.452, è maggiore della somma liquidata dal Tribunale limitatamente a tale titolo, pari a L. 60.370.410). Va anche tenuto conto che al termine dell’occupazione il bene è stato restituito al proprietario senza imposizione di vincoli.

  1. Alla cassazione della sentenza in parte qua segue la decisione nel merito non essendo necessari ulteriori accertamenti: essendosi verificata la correttezza del criterio che ha indotto il giudice d’appello a determinare un indennizzo di Euro 35.253,06 (oltre interessi dalla domanda al saldo) per 176 giorni (dal 18.3.1995 al 9.9.1995), dovendosi sottrarre 60 giorni, non indennizzabili, quale durata massima dell’occupazione prima che intervenisse il decreto di occupazione, l’ammontare del credito viene proporzionalmente ridotto a Euro (35.253,06 : 176 X 176 – 60) = 23.234,97 (oltre interessi dalla domanda al saldo).

La particolarità delle questioni trattate, che presentano aspetti di novità, induce alla compensazione delle spese di questo giudizio di cassazione, ferme le statuizioni dei giudici di merito nei rispettivi gradi.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso principale, dichiara inammissibile il secondo motivo, rigetta il ricorso incidentale. In relazione alla censura accolta cassa la sentenza impugnata, e pronunciando nel merito, condanna il Ministero al pagamento della somma a favore di Edilstevi s.r.l. di Euro 23.234,97, oltre interessi dalla domanda al saldo. Compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 8 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALVAGO   Salvatore                         –  Presidente   –  Dott. FORTE     Fabrizio                          –  Consigliere  –  Dott. GIANCOLA  Maria Cristina               –  rel. Consigliere  –  Dott. MERCOLINO Guido                             –  Consigliere  –  Dott. LAMORGESE Antonio Pietro                    –  Consigliere  –  ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 27709/2006 proposto da: NINA  &  SPORT  S.R.L. (p.i. (OMISSIS)), in  persona  del  legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA MARTIRI   DI   BELFIORE   2,   presso  l’avvocato   ALESSI   GAETANO, rappresentata  e difesa dall’avvocato TONI Franco, giusta  procura  a margine del ricorso;                                                        – ricorrente –                                contro ENI  S.P.A.,già SNAM S.P.A., (C.F. (OMISSIS)),  in  persona  del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA  G.  MAZZINI  27,  presso l’avvocato NICOLAIS  Lucio,  che  la rappresenta  e difende unitamente all’avvocato PORRONE PAOLO,  giusta procura  in  calce all’atto di costituzione a seguito di integrazione del contraddittorio; SNAM   S.P.A.  (c.f./p.i.  (OMISSIS)),  in  persona  del   legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata  in  ROMA,  VIA DEL TRITONE 102, presso l’avvocato NANNA VITO, rappresentata e difesa dall’avvocato  LONOCE ALFREDO, giusta procura in  calce  all’atto  di costituzione a seguito di integrazione del contraddittorio;                                                  – controricorrenti –                                contro SNAM RETE GAS S.P.A.;                                                          – intimata – sul ricorso 31134/2006 proposto da: SNAM  RETE  GAS  S.P.A. (c.f. (OMISSIS)), in persona  del  legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata  in  ROMA,  VIA COSSERIA 2, presso il Dott.            P.A., rappresentata e difesa dall’avvocato   SACCHETTI  TERESA,  giusta  procura   in   calce   al controricorso e ricorso incidentale;                         – controricorrente e ricorrente incidentale –                                contro NINA & SPORT S.R.L.;                                                          – intimata – avverso  la  sentenza  n.  356/2006 della CORTE  D’APPELLO  di  BARI, depositata il 11/04/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 10/04/2013 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA; udito,  per  la  ricorrente, l’Avvocato TONI FRANCO  che  ha  chiesto l’accoglimento del ricorso; udito, per la controricorrente SNAM, l’Avvocato LONOCE ALFREDO che si riporta; udito,  per  la  controricorrente ENI, l’Avvocato  CODACCI  PISANELLI ALFREDO, con delega, che si riporta; udito,  per  la controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato LONOCE ALFREDO che si riporta; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. GOLIA  Aurelio,  che  ha  concluso  per  l’accoglimento  del  ricorso principale, sesto motivo, e rigetto dell’incidentale.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il 25.1.1992 la s.r.l. Nina & Sport – proprietaria di un terreno oggetto di decreto di occupazione di urgenza in favore della s.p.a.

S.N.A.M., conveniva innanzi al Tribunale di Bari questa società chiedendo la determinazione delle indennità (temporanea e definitiva) cui aveva diritto nonchè il risarcimento dei danni subiti. Successivamente, il 6.4.1993, la medesima società Nina &

Sport conveniva nuovamente in giudizio innanzi al medesimo Tribunale la società S.N.A.M. per sentirla condannare al risarcimento degli ulteriori danni ad essa arrecati nel corso della stessa procedura.

Con sentenza dell’8.10.2004 l’adito Tribunale di Bari, riuniti i due giudizi e disposto l’espletamento di tre CTU, accoglieva le domande proposte dalla Nina & Sport nei confronti della S.N.A.M. S.p.a.

trasformata in SNAM Rete gas S.p.a., condannando la SNAM S.p.A. al pagamento in favore dell’istante della somma onnicomprensiva (già rivalutata all’agosto 2004) di Euro 91.133,48 con gli interessi legali dalla data di occupazione (5.10.1989) al saldo nonchè al rimborso delle spese di causa; rigettava, inoltre, la domanda proposta dalla S.N.A.M. nei confronti della S.p.A. Impresa Unione, da lei chiamata in causa in garanzia, compensando le relative spese. Con sentenza del 28.03-11.04.2006, la Corte di appello di Bari, pronunciando sui riuniti autonomi appelli (RG 2227/04 e 2243/04) avverso la sentenza resa dal Tribunale di Bari, proposti sia dalla società Nina & Sport e sia dalla SNAM Rete Gas S.p.a., subentrata alla S.p.A. SNAM (convenuta in primo grado), gravami entrambi resistiti dalle società appellate, in riforma dell’impugnata decisione, condannava la S.N.A.M. a) al pagamento in favore della Nina & Sport, a titolo di indennità di asservimento del fondo de quo, della somma di Euro 2.356,00 con gli interessi legali dalla data del decreto di asservimento (20.12.1997) a quella dell’esborso; b) al pagamento a titolo di indennità di occupazione legittima del medesimo fondo dal 26.9.1989 al 20.12.1997 (corrispondenti a 8 + 3/12 di annualità) di Euro 196,25 per ognuna delle suddette annualità intere e di Euro 49,06 per la suddetta frazione di annualità, disponendo anche che su tale indennità fossero corrisposti sino alla data dell’esborso gli interessi legali a decorrere, per le annualità intere, dalla data di scadenza delle singole annualità e, per la frazione di annualità, dalla data di scadenza dell’ultima mensilità di occupazione, c) al pagamento, quale risarcimento del danno relativo alle 77 piante del soprassuolo divelte, della somma di Euro 50.390,58, da rivalutarsi, a partire dal gennaio 2003, secondo gli indici I.S.T.A.T., nonchè al pagamento degli interessi legali sulla sorte capitale iniziale e sugli incrementi annuali da rivalutazione dalla suddetta data al saldo; d) al pagamento, quale risarcimento del danno relativo alla pianta di carrubo, dell’importo di Euro 200,00 da rivalutarsi, a partire dal gennaio 2003 secondo gli indici I.S.T.A.T., nonchè al pagamento degli interessi legali sulla sorte capitale e sugli incrementi annuali da rivalutazione dalla suddetta data al saldo; e) al pagamento, quale risarcimento del danno corrispondente al costo per il ripristino dello stato dei luoghi, dell’importo di Euro 11.442,62, da rivalutarsi, a partire dal settembre 2001, secondo gli indici ISTAT, nonchè al pagamento degli interessi legali sulla sorte capitale iniziale e sugli incrementi annuali da rivalutazione dalla suddetta data al saldo; f) al rimborso di Vi delle spese di causa sostenute dalla controparte, spese che compensava per la residua parte e che per l’intero liquidava quanto al primo grado in misura corrispondente a quella stabilita dal Tribunale e quanto al secondo grado di merito come da dispositivo.

La Corte territoriale osservava e riteneva che:

  1. a) preliminarmente dovesse essere rilevata l’infondatezza dell’assunto della Nina & Sport secondo cui l’appello proposto dalla s.p.a. Snam Rete Gas sarebbe stato inammissibile perchè spiegato da soggetto non legittimato e nullo perchè privo dell’indicazione delle richieste conclusive; risultava, infatti, per tabulas, da un lato, che la s.p.a. Snam Rete Gas era subentrata alla s.p.a. S.N.A.M. per trasferimento del relativo ramo di azienda (vedi attestazione contenuta nel dispositivo dell’impugnata sentenza, laddove si leggeva: “S.N.A.M. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, trasformata in S.N.A.M. Rete Gas S.p.A. …”) e, dall’altro, che nell’atto di appello della Snam Rete Gas erano contenuti tutti gli elementi necessari all’individuazione delle doglianze, delle motivazioni e delle richieste avanzate con il proposto gravame;
  2. b) per la determinazione dell’indennità di asservimento non potevano recepirsi le prescrizioni di cui all’art. 123 del Testo Unico delle disposizioni di legge sulle acque e sugli impianti elettrici, di cui al D. n. 1775 del 1933, al quale il primo giudice si era riferito, essendo esse inerenti alla costituzione coattiva della servitù di elettrodotto e non di metanodotto in discussione, dovendo, invece, le indennità in questione essere parametrare, con interpretazione estensiva, ai criteri generali di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, considerando pure la L. n. 2359 del 1865, art. 46;
  3. c) attenendosi a quest’ultima normativa occorreva concludere che il terreno in questione era d’indole non edificabile, risultando urbanisticamente inserito in zona per attività primarie di tipo B (ossia attività comprendenti “le aree che determinano con la loro altimetria gli avvallamenti naturali o le depressioni atte al deflusso delle acque meteoriche; superfici, quindi, in cui la componente ambientale risultava prevalente su quella agricola. Tali indicazioni venivano confermate dai contenuti del Piano Urbanistico Territoriale Tematico, secondo il quale il terreno de quo veniva sottoposto a regime di tutela ambientale perchè parte integrante di una lama”) e, limitatamente a una ridotta fascia, prossima all’asse stradale, ad area di rispetto di comunicazioni stradali e ferroviarie;
  4. d) sul punto era inoltre irrilevante il fatto che la Nina & Sport avesse destinato il terreno occupato ed asservito a complesso sportivo, realizzandovi delle costruzioni abusive per le quali, in seguito, aveva ottenuto (per condono ex n. 47 del 1985) la concessione in sanatoria n. 231/91;
  5. e) pertanto doveva assumersi il valore venale medio risultante dalle “tabelle” formate dalle competenti autorità amministrative (ai sensi della L. n. 165 del 1971, art. 16, mantenuto in vigore dalla n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 4), valore, nella specie, pari a L. 2.400/mq (corrispondenti a Euro 1,24/mq), sicchè, data l’estensione della superficie asservita (pari a mq 1.900 si come stabilito in sentenza e non contestato dagli appellanti), l’indennità di asservimento andava quantificata in Euro 2.356,00, importo che la S.N.A.M. (cui era subentrata la Snam Rete Gas) era tenuta a versare alla Nina & Sport con gli interessi legali dalla data del decreto di asservimento (20.12.1997) al saldo;
  6. f) era inammissibile perchè nuova, l’eccezione, spiegata per la prima volta in appello dalla Snam Rete Gas, di decadenza della Nina &

Sport dall’opposizione alla stima contenuta nel decreto di asservimento de quo;

  1. g) essendosi in presenza di un terreno agricolo e di un’occupazione temporanea che secondo la statuizione del primo giudice (cui le parti aveva fatto acquiescenza) si era legittimamente protratta dal 26.9.1989 al 20.12.1997 (corrispondenti a 8 + 3/12 di annualità), la relativa indennità andava stabilita sulla base del disposto della n. 865 del 1971, art. 20, comma 3;
  2. h) relativamente al danno inerente alle 77 piante del soprassuolo, divelte nel corso dei lavori relativi alla realizzazione del metanodotto de quo, la liquidazione operata dal primo giudice (Euro 35.061,45 cui andavano aggiunti, a titolo di svalutazione, Euro 981,72) era inesatta, dal momento che, secondo quanto risultava dalla consulenza tecnica (pagina 18) depositata in data 30.1.2003 dall’agronomo prof. T.A., il valore complessivo delle piante divelte e degli oneri accessori (trasporto, impianto e operazioni colturali), era alla data del gennaio 2003 di Euro 50.390,58, tanto, considerando (v. ibidem pag. 18) “il valore “ornamentale di tutte le piante divelte e, quindi, come richiesto nei quesiti, della somma dei costi necessari per l’acquisto di esemplari delle medesime caratteristiche, per il trasporto, per la messa a dimora e per le maggiorazioni delle operazioni colturali (maggiori oneri di irrigazioni, concimazioni) atte a garantirne l’attecchimento”;
  3. i) la Nina & Sport aveva sostenuto che tale valutazione non corrispondeva ai prezzi (maggiori) di mercato, quali evidenziati dai listini da essa prodotti, ma tale affermazione era inesatta, dal momento che il predetto consulente si era basato sui listini ufficiali Assoverde (v. ibidem pag. 15) e sui prezzi praticati da vivaisti locali (v. ibidem pag. 17);

1) in ordine alle spese del doppio grado di giudizio, l’esito finale del giudizio (sostanziale soccombenza della S.N.A.M.) giustificava la compensazione delle stesse tra le parti nella misura di 1/2 e la condanna della suddetta società al rimborso nella misura di 1/2 delle spese ex adverso sostenute in primo grado, secondo la liquidazione contenuta nell’impugnata sentenza, e in questo grado, secondo la liquidazione contenuta nel dispositivo.

Avverso questa sentenza la s.r.l. Nina & Sport ha proposto ricorso per cassazione affidato ad otto motivi, illustrati da memoria, nei confronti sia della società SNAM S.p.a. e sia, non atto notificato il 16.10.2006, nei confronti della società SNAM Rete GAS S.p.A, che, il 18.11.2006, resisteva con controricorso e proponeva ricorso incidentale fondato su due motivi, depositando successivamente memoria.

All’udienza di discussione del 26.09.2012 veniva disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti della Snam S.p.a, incombente attuato dalla società Nina & Sport, anche nei confronti dell’ENI S.p.A. La Snam S.p.a si è costituita in giudizio notificando l’atto di costituzione pure all’ENI S.p.A.. Sia la Snam S.p.a che l’ENI S.p.A. hanno eccepito la loro estraneità ai controversi rapporti.

La società Nina & Sport, la Snam Rete Gas s.p.a. e l’ENI hanno depositato memoria.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente in rito si deve disporre, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., la riunione dei ricorsi principale ed incidentale, proposti avverso la medesima sentenza.

Sempre in via preliminare va respinta l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per cassazione proposto dalla s.r.l. Nina & Sport nei confronti della Snam S.p.A., formulata dalla SNAM Rete Gas S.pA. in ragione del fatto che sia l’atto in questione che quello introduttivo del giudizio d’appello proposto dalla medesima società Nina & Sport sarebbero nulli in quanto diretti a soggetto giuridico inesistente e non costituitosi in entrambe le sedi, per essere stata la società destinataria incorporata per fusione dalla società ENI S.p.A., con atto del 30.01.2002, anteriore alla sentenza di primo grado.Ben poteva, infatti, la Nina & Sport rivolgere entrambe le iniziative impugnazione nei confronti della Snam S.p.a. quale destinataria delle pronunce di merito di primo e secondo grado, dal momento che la vicenda successoria a titolo universale che aveva già interessato la Snam S.p.a., essendo processualmente emersa soltanto nel presente giudizio di legittimità, non poteva e non può nemmeno in questa sede assumere alcun rilievo (in tema, cfr. cass. SU nn. 19509 e 19698 del 2010). Il principio secondo cui i mutamenti di denominazione sociale o le vicende evolutive e modificative che hanno interessato le società e che sono stati evidenziati in questa sede sono irrilevanti non consente, inoltre, gli accertamenti di merito invocati sia dalla Snam S.p.A. e dall’ENI S.p.A., costituitesi in questa sede a seguito della disposta integrazione del contraddittorio e sia dalla s.r.l. Nina & Sport che ha provveduto a tale incombente.

A sostegno del ricorso principale quest’ultima denunzia:

1 ) “Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 2558, 2559, 2560 c.c., artt. 2697 c.c. e segg., artt. 81, 100, 111, 112, 113, 132, 184, 314 e 118 disp. att. c.p.c. e segg.) ex art. 360 c.p.c., n. 3:

  1. a) per non aver dichiarato il difetto di legittimazione (attiva nel suo appello e passiva, nel gravame della Nina & Sport s.r.l., negoziale e processuale) della SNAM Rete Gas S.p.A. per difetto di prova a seguito della decadenza in cui è incorsa nella documentazione del suo preteso diritto a subentrare in giudizio in piena sostituzione della SNAM S.p.A.;
  2. b) per non aver dichiarato la inammissibilità dell’intervento volontario ex art. 105 c.p.c. dell’11/4/05 della stessa SNAM Rete Gas S.pA. (per difetto di prova della sua legittimazione ex art. 404 c.p.c. e per mancata sua partecipazione al primo grado del giudizio,in quanto soggetto terzo alle parti in causa).”;

2) “Omessa,contraddittoria ed insufficiente motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, circa i controversi e decisivi fatti del giudizio costituiti dalla:

  1. a) individuazione del soggetto legittimato a resistere alla Nina &

Sport S.r.l. in entrambi i procedimenti di appello riuniti;

  1. b) tardività di deposito,da parte della SNAM Rete Gas S.p.A., della produzione inerente la sua legittimazione ad causam e adprocessum, in entrambi i procedimenti di appello riuniti.” 3) “In relazione alle disposizioni di cui all’ 360 c.p.c., nn. 3 e 5:
  2. a) violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 112, 113, 118 disp. att. c.p.c., art. 132 c.p.c., art. 350 c.p.c., e segg.) per omessa pronuncia e mancata dichiarazione della chiesta contumacia della Snam S.p.A.;
  3. b) correlata omessa motivazione circa il fatto controverso e decisivo per il giudizio costituito dalla individuazione del soggetto legittimato, attivamente e passivamente, nei confronti dei diritti della Nina & Sport s.r.l.;” 4) “Ai sensi dell’ 360 c.p.c., nn. 3 e 5:
  4. a) violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 112, 113, 132, 118 disp. att. c.p.c., art. 345 c.p.c. e segg.) per omessa pronunzia e/o mancata dichiarazione della chiesta dichiarazione di inammissibilità ex art. 345 c.p.c., nell’appello della SNAM Rete Gas S.p.A. del 10/12/2004 dei motivi di appello “nuovi” nn. 2, 3 (scelta del criterio di stima e determinazione di valore del suolo su cui fondare il calcolo delle indennità), n. 5 (qualificazione delle indennità di occupazione come debito di valore) e n. 6 (calcolo degli interessi sul valore dell’immobile);
  5. b) correlata omessa motivazione sull’ammesso ampliamento della materia del contendere in argomento, costituente un fatto controverso e decisivo del giudizio”;

5) “Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5:

  1. a) violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 112, 113, 118 disp. att. c.p.c., artt. 132, 163, 164, 342 c.p.c. e segg.) per mancata pronuncia e/o omessa dichiarazione della nullità dell’appello principale della SNAM Rete Gas S.p.A. del 10/12/2004 per effetto di insufficiente precisazione delle conclusioni;
  2. b) correlata omessa motivazione in ordine a siffatta deficitaria formulazione della precisazione delle conclusioni”.

6) “Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5:

  1. a) Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 42, 111 e 117 Cost., artt. 12 e 14 preleggi, L. n. 333 del 1992, art. 5 bis e Legge Conversione 8 agosto 1992, n. 359 in relazione alla L. n. 865 del 1971 e L. n. 10 del 1977, Giurisprudenza della Corte Costituzionale di cui alle sentenze 15/76, 5/80, 231/84, 116/88, 283/93 p. 6.4, 261/97), nella individuazione del valore del suolo asservito ai fini del calcolo delle indennità di asservimento.
  2. b) Contraddittoria ed omissiva motivazione in ordine alla eseguita applicazione del V.A.M. (Valore Agricolo Medio) ex lege n. 865 del 1971 al calcolo delle indennità di occupazione L. n. 333 del 1992, ex art. 5 bis”.

7) “Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5:

  1. a) violazione do falsa applicazione di norme di contratto (D.M. 26 settembre 1989 del Ministero INDUSTRIA, del Commercio e dell’Artigianato relativo all’asservimento de quo) e di diritto (artt. 2931, 1223 c.c.; art. 1218 c.c. e segg., artt. 112, 113 c.p.c., art. 62 c.p.c., art. 194 c.p.c., comma 2, 196 c.p.c. e segg., artt. 118, 132 disp. att. c.p.c. e segg.) nella scelta e nella applicazione del criterio di determinazione del danno da inadempimento all’obbligo del fare per mancata ricostituzione dello status quo ante del soprassuolo dell’immobile asservito.
  2. b) omessa e contraddittoria motivazione in ordine alla scelta di cui alla censura sub 7/a.” 8) “Ai sensi dell’ 360 c.p.c., nn. 3 e 5:
  3. a) violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 91, 92, 112, 132 c.p.c., D.M. Grazia e Giustizia 5 ottobre 1994, n. 585 relativo all’approvazione delle Tariffe Professionali Forensi) nella operata compensazione (50%) delle spese e competenze del doppio grado del giudizio e nella liquidazione di quelle del grado di appello;
  4. b) omessa-insufficiente motivazione in ordine ai rilievi innanzi esposti sub 8/a e contraddittorietà nella attribuzione della soccombenza (a carico della “contumace” SNAM S.p.A. piuttosto che della “attiva” SNAM Rete Gas S.p.A.)”.

Con il ricorso incidentalela SNAM Rete Gas S.p.A deduce:

  1. “Falsa ed erronea applicazione art. 345 c.p.c.”, in riferimento alla ritenuta inammissibilità per novità della sua eccezione di decadenza della s.r.l. Nina & Sport dal diritto azionato in appello, eccezione che assume già da lei proposta in primo grado in ragione dell’intempestività dell’iniziativa in assenza del decreto definitivo di asservimento.
  2. “Violazione ed erronea applicazione in relazione all’art. 91 c.p.c.”. Si duole della sua condanna al pagamento in favore della società Nina & Sport delle spese sostenute nel giudizio di primo grado.

I primi cinque ed il settimo motivo del ricorso principale non meritano favorevole apprezzamento per le ragioni che seguono e che assorbono ogni altra questione in essi prospettata.

In particolare non pertinenti si rivelano le censure involgenti la necessità che la Snam Rete Gas desse tempestivo riscontro documentale della sua legittimazione processuale quale cessionaria del ramo d’azienda della Snam S.p.a. e ciò sia rispetto all’autonomo appello da lei introdotto che all’intervento da lei spiegato nell’altro giudizio d’appello introdotto dalla società Nina & Sport nei soli confronti della medesima Snam S.p.a.. Ai fini della legittimazione processuale in relazione ad entrambe le iniziative adottate dalla società Snam Rete Gas, infatti, era sufficiente che costei avesse prospettato di essere società diversa dalla Snam s.p.a. e che pur non essendo stata in autonoma veste citata nel giudizio di primo grado o avervi comunque partecipato, fosse stata illegittimamente attinta, con evidente, conseguente pregiudizio anche al suo diritto di difesa, dalle sfavorevoli statuizioni adottate dal primo giudice, il quale aveva presupposto un’insussistente vicenda di trasformazione della prima società, con indebita identificazione della sua soggettività giuridica con quella della Snam S.p.A., laddove invece tra di loro si era verificata una successione a titolo particolare, che non consentiva l’attuata unificazione.

Dunque, i giudici d’appello, senza omettere di pronunciarsi sulle domande ed eccezioni in quella sede svolte dall’attuale ricorrente, sicchè anche l’incompleta trascrizione delle conclusioni rassegnate da tale parte non può avere assunto portata invalidante (cfr. tra le altre Cass. 10853 del 2010; n. 16999 del 2007), hanno, seppure con sintetica motivazione, ineccepibilmente concluso che la Snam Rete Gas non dovesse anche tempestivamente documentare la cessione in suo favore del ramo di azienda già in capo alla Snam S.p.A., dalla stessa allegata come intervenuta per atto pubblico del 28.06.2001, e ciò in quanto, risultando nella sentenza di primo grado come soccombente, in tesi illegittimamente, era in virtù di altra, autonoma ed alternativa ragione processualmente legittimata alle adottate iniziative. Con quest’ultime, inoltre, la Snam Rete Gas aveva precisato di essere successore a titolo particolare della Snam S.p.a., per essere appunto divenuta nel frattempo cessionaria del ramo d’azienda già in capo alla Snam S.p.a., veste che implicava, ex artt. 2908 e 2909 c.c., l’opponibilità nei suoi confronti del giudicato che si sarebbe formato a carico della cedente, che, inoltre, ai sensi dell’art. 111 cod. proc. civ., l’abilitava ad impugnare autonomamente la sentenza sfavorevole resa contro la cedente, seppure acquiescente (cfr. cass n. 9298 del 2012; n. 23936 del 2007; n. 6503 del 2000), e che ancora consentiva anche la valida instaurazione e la prosecuzione del giudizio d’appello tra le parti originarie e, dunque, nei confronti della Snam S.p.a. (in tema cfr.

cass. n. 22424 del 2009), che era stata l’unica destinataria dell’impugnazione svolta dalla Nina & Sport e non si era costituita in appello. A tale proposito prive di pregio si rivelano le censure svolte dalla ricorrente in relazione all’omessa indicazione nell’intestazione della sentenza d’appello della società Snam S.p.a., seppure destinataria della medesima pronuncia, ed alla mancata declaratoria della sua contumacia, giacchè trattasi di mere irregolarità sanabili con il procedimento di correzione di errore materiale e non implicanti nullità della pronuncia, non essendo emerso che la notificazione dell’atto di appello ad iniziativa della società Nina & Sport non si fosse perfezionata nei confronti di detta parte (cfr., tra le altre, Cass. n. n. 8545 del 2003, n. 25238 del 2010 in motiv.). Infondate, inoltre, sono le censure involgenti la nullità dell’atto di appello della Snam rete gas per omessa precisazione delle conclusioni. Al riguardo, infatti, non solo i giudici d’appello non hanno omesso di pronunciarsi, avendo espressamente ritenuto formulata una critica adeguata e specifica della decisione impugnata, atta a consentire di percepire con certezza il contenuto delle censure in riferimento alle statuizioni adottate dal primo giudice, ma, inoltre, in base alle regole processuali all’epoca vigenti, non era ulteriormente richiesto, di correlare specificamente le riassuntive conclusioni di annullamento e riforma della prima sentenza ai singoli motivi di gravame che le avrebbero legittimate o di potere richiedere eventualmente un termine a tale scopo.

Nei suoi atti introduttivi, inoltre, la Snam Rete Gas ha richiamato a sostegno del suo assunto circa la rivestita, diversa qualità di successore a titolo particolare della Snam S.p.A., l’atto pubblico per notar Marchetti, stipulato il 28.06.2001, richiamo che i giudici d’appello hanno ritenuto nel contesto sufficiente a sostenere l’assunto subentro. Di contro non risulta che la Nina & Sport abbia (oltre che per quanto detto infondatamente eccepito il difetto di legittimazione processuale attiva della Snam Rete Gas S.p.A., anche) contestato sia la tesi della diversità di tale società rispetto alla Snam S.p.A. (diversità che pure nel ricorso viene qualificata come pacifica ed obiettiva – pag. 18) e sia il riconoscimento dalla stessa attuato di essere succeduta a titolo particolare nel lato passivo della vicenda dedotta in causa, per effetto dell’indicato atto pubblico di cessione di ramo d’azienda del 28.06.2001, inclusivo del rapporto controverso. In difetto di tale specifica contestazione circa l’allegata sopravvenuta titolarità della controversa situazione sostanziale passiva già in capo alla Snam S.p.A., integrante questione di merito (cfr Cass. n. 4208 del 2012), non rilevabile d’ufficio (cfr. Cass. n. 8175 del 2012) e non denunciabile nè rilevabile per la prima volta in sede di legittimità (in tema, tra le altre, cfr. Cass. n. 4283 del 1978), ben poteva il giudice d’appello ritenere la ricorrenza e le ragioni dell’ammesso subentro per successione a titolo particolare, suffragata dall’indicazione degli estremi della cessione d’azienda intervenuta per atto pubblico.

D’altra parte, prive di pregio si rivelano anche le censure d’inammissibilità per novità svolte dalla Nina Sport in relazione ai motivi d’impugnazione proposti dalla Snam rete gas, giacchè essi non risultano involgere nuove domande, di cui peraltro non appare nemmeno esplicitato il tenore, e che in effetti, a differenza delle nuove eccezioni invece ammissibili in appello, sarebbero state precluse dall’art. 345 c.p.c. nel testo applicabile ratione temporis, ma appaiono essersi mantenuti nei limiti oggettivi del giudizio di primo grado ed attenuti al contenuto della sentenza che lo aveva definito, di cui, nonostante l’acquiescenza della cedente, ben poteva il successore a titolo particolare autonomamente sostenere l’ingiustizia per illegittimità della quantificazione delle indennità e del risarcimento attribuiti alla Nina & Sport, determinati con criteri legali e fattuali che solo la pronuncia appellata aveva consentito di apprezzare ed impugnare. Inammissibili o infondate appaiono le censure svolte nel settimo motivo del ricorso principale, le quali si sostanziano in inammissibili, generici e non decisivi rilievi critici in merito all’attuata liquidazione del risarcimento del danno prodotto al soprassuolo arboreo, rispetto alla quale i giudici d’appello non hanno nemmeno mancato di adeguatamente esporre le ragioni che li avevano indotti a determinarne l’entità ed a disattendere le contestazioni sul punto sollevate dalla società Nina & Sport.

Nei limiti in prosieguo precisati merita, invece, favorevole apprezzamento il sesto motivo del ricorso principale; al relativo accoglimento segue anche l’assorbimento sia dell’ottavo motivo del medesimo ricorso principale e sia del secondo motivo del ricorso incidentale, inerenti al regime delle spese statuito dai giudici d’appello. In aderenza al dettato normativo ed all’orientamento giurisprudenziale espresso da questa Corte, i giudici d’appello hanno non solo assunto a parametro dell’indennità di asservimento, dovuta in base alla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 46 e conseguentemente dell’indennità di occupazione legittima, l’indennità di espropriazione, ma anche qualificato il terreno occupato ed asservito come non edificabile, senza valorizzare connotazioni fattuali ed attenendosi al regime legale del bene, desunto dalla sua classificazione urbanistica. Peraltro, a seguito della sopravvenuta sentenza della Corte costituzionale n. 181 del 2011, che in riferimento all’indennità di espropriazione di suoli non ediflcabili ha dichiarato l’illegittimità del criterio del valore agricolo medio previsto dalla L. n. 865 del 1971, art. 16 e del D.L. n. 333 del 1992, art. 5-bis, comma 4 (conv. nella della L. n. 359 del 1992), occorre che detto indennizzo, utilizzato in funzione parametrica, sia rideterminato in base al criterio generale fissato dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39, del riferimento al valore venale del bene, che è tornato ad essere applicabile in luogo di quello venuto meno e che impone di tenere conto delle obbiettive e intrinseche caratteristiche e attitudini dell’area in relazione alle utilizzazioni ulteriori e diverse da quelle agricole, intermedie tra le stesse e quelle edificatorie (quali parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti), consentite dalla normativa vigente e conformi agli strumenti di pianificazione urbanistica, previe le opportune autorizzazioni amministrative.

Inammissibile per difetto d’interesse si rivela, infine, il primo motivo del ricorso incidentale proposto dalla società Snam Rete Gas, dal momento che il decreto di asservimento, che costituisce, al pari del decreto di espropriazione (cfr. Cass n. 16494 del 2002; n. 5513 del 2000), condizione dell’azione e non presupposto processuale (cfr.

Cass.), è stato emesso il 20.12.1997.

Conclusivamente si devono rigettare i primi cinque motivi nonchè il settimo motivo del ricorso principale nonchè ancora il primo motivo del ricorso incidentale, dichiarare assorbiti l’ottavo motivo del ricorso principale ed il secondo motivo dell’incidentale, conseguentemente cassare l’impugnata sentenza in riferimento alle censure accolte e rinviare la causa alla Corte di appello di bari, in diversa composizione, cui si demanda anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità tra la società Nina & Sport e la società Snam rete gas. Giusti motivi inducono, invece, a compensare per intero le medesime spese inerenti al rapporto processuale intercorso tra le medesime società Nina & Sport e Snam rete gas e le società ENI e Snam S.p.A..

PQM
P.Q.M.

La Corte riuniti i ricorsi, rigetta i primi cinque ed il settimo motivo del ricorso principale nonchè il primo motivo del ricorso incidentale, accoglie il sesto motivo del ricorso principale, assorbiti l’ottavo del principale ed il secondo motivo dell’incidentale, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Bari, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità tra la Nina & Sport e la Snam Rete Gas. Compensa, invece, le spese del giudizio di cassazione tra l’ENI S.p.A., la SNAM S.p.A., la Nina & Sport S.r.l e la Snam Rete Gas S.p.A..

Così deciso in Roma, il 10 aprile 2013.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2013

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. VITRONE    Ugo                                –  Presidente   -Dott. SALVAGO    Salvatore                          –  Consigliere  -Dott. GIANCOLA   Maria Cristina                     –  Consigliere  -Dott. CAMPANILE  Pietro                             –  Consigliere  -Dott. MERCOLINO  Guido                         –  rel. Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso proposto da:                 M.F.,                M.G.,             MA.GR.,              M.A. e        MA.AN., elettivamente domiciliati  in Roma,  alla  via  Tomacelli  n. 98, presso  l’avv.  CORTESI  Massimo, unitamente all’avv. COPPOLA Antonio del foro di Bari, dal quale  sono rappresentati  e difesi in virtù di procura speciale a  margine  del ricorso;                                                        – ricorrenti –                                contro COMUNE DI GIOVINAZZO;                                                          – intimato – avverso  la  sentenza  della  Corte di Appello  di  Bari  n.  739/06, pubblicata l’11 agosto 2006; Udita  la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del  28 maggio 2013 dal Consigliere dott. Guido Mercolino; udito  il  Pubblico  Ministero, in persona del Sostituto  Procuratore Generale   dott.   FIMIANI  Pasquale,  il  quale  ha   concluso   per l’accoglimento  del primo e del secondo motivo di  ricorso,  restando assorbito il terzo.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. – F., G., Gr., A. ed M. A. convennero in giudizio il Comune di Giovinazzo, chiedendo la determinazione dell’indennità dovuta per l’espropriazione di due fondi di loro proprietà riportati in Catasto al foglio 2, particelle 917 e 794, espropriati con decreto del 7 giugno 1984, ed il risarcimento del danno per la perdita della proprietà di un altro fondo riportato in Catasto al foglio 2, particella 918, illegittimamente occupato, oltre all’indennità dovuta per l’occupazione legittima.

1.1. – Il Tribunale di Bari, dopo aver dichiarato, con sentenza non definitiva del 13 gennaio 1995, la propria competenza in ordine ad entrambe le domande, con sentenza definitiva del 12 settembre 2001 determinò l’indennità di espropriazione in L. 1.900.980 per la particella 917 e L. 2.635.250 per la particella 794, ed il risarcimento del danno in L. 2.318.360, oltre interessi legali dal 13 febbraio 1990.

  1. – Sull’appello dei M., la Corte d’Appello di Bari, con sentenza dell’11 agosto 2006, ha rideterminato l’indennità di espropriazione in Euro 4.782,45, oltre ad Euro 26.257,00 per l’espropriazione dei manufatti abitativi insistenti sui fondi, il risarcimento del danno in Euro 6.442,28, oltre rivalutazione, e l’indennità di occupazione in Euro 836,93 per le particelle 917 e 794, Euro 969,27 per la particella 918 ed Euro 4.594,97 per i manufatti abitativi, riconoscendo sulle predette somme gl’interessi legali con decorrenza dalla domanda. Ha poi condannato il Comune al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio, liquidando per il giudizio di appello la somma complessiva di Euro 5.710,00, ivi compresi Euro 2.710,00 per esborsi, Euro 1.000,00 per diritti ed Euro 2.000,00 per onorario, oltre al rimborso delle spese generali.
  2. – Avverso la predetta sentenza i M. propongono ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, illustrati anche con memoria.

Il Comune non ha svolto attività difensiva.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. – Con il primo motivo d’impugnazione, i ricorrenti denunciano la violazione e la falsa applicazione della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 49 degli artt. 1282, 2043 e 1219 cod. civ. e dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e dell’art. 359 cod. proc. civ., nonchè l’omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha immotivatamente riconosciuto gl’interessi sulle somme liquidate con decorrenza dalla domanda.

Sostengono infatti che gl’interessi sull’indennità di espropriazione, aventi natura compensativa, sono dovuti con decorrenza dalla data dell’espropriazione, per il solo fatto che il relativo importo, da depositarsi presso la Cassa Depositi e Prestiti, è rimasto a disposizione dell’ente espropriante, ed indipendentemente da qualsiasi indagine in ordine alla natura colposa del ritardo nell’adempimento. Gl’interessi sul risarcimento del danno per occupazione appropriativa, aventi anch’essi natura compensativa, decorrono invece dalla scadenza del termine fissato nella dichiarazione di pubblica utilità, che, congiuntamente all’intervenuta trasformazione dell’immobile, fa sorgere a carico dell’ente l’obbligo di risarcire il danno derivante dalla perdita della proprietà; tale decorrenza dovrebbe essere peraltro riconosciuta anche ove si ritenesse che detti interessi abbiano carattere moratorio, in quanto il debitore del risarcimento è costituito in mora ex re dalla data del fatto illecito. Gl’interessi sull’indennità di occupazione, richiesti per comodità di calcolo con decorrenza dalla scadenza del periodo di occupazione legittima, sono infine dovuti dalla fine di ciascun anno di occupazione.

1.1. – Il motivo è fondato nella parte concernente la decorrenza degl’interessi sulle somme dovute a titolo d’indennità di espropriazione ed occupazione.

In tema di espropriazione per pubblica utilità, questa Corte ha costantemente affermato il principio secondo cui sull’importo, avente natura di debito di valuta, riconosciuto a titolo di differenza tra l’indennità determinata in via amministrativa e quella liquidata dall’Autorità giudiziaria a seguito del giudizio di opposizione alla stima, gl’interessi sono dovuti in misura legale con decorrenza dalla data in cui, per effetto dell’emissione del decreto di espropriazione, ha avuto luogo l’acquisto della proprietà del fondo da parte dell’espropriante, con la conseguente insorgenza dell’obbligo di corrispondere l’indennità: in quanto volti a riequilibrare l’ingiusto vantaggio che l’espropriante ha tratto dalla possibilità di continuare a fruire di un capitale che avrebbe dovuto già far parte del patrimonio del creditore, nonostante l’avvenuto conseguimento della piena disponibilità dell’immobile, tali interessi hanno infatti natura compensativa, e sono quindi dovuti indipendentemente dalla configurabilità di una responsabilità colposa per il ritardo nel pagamento dell’indennità, per il solo fatto che la relativa somma è rimasta a disposizione dell’espropriante (cfr. tra le più recenti, Cass., Sez. 1, 20 giugno 2011, n. 13456; 30 aprile 2008, n. 10929; Cass., Sez. 1, 14 marzo 2006, n. 5520).

Hanno parimenti natura compensativa, in quanto volti a compensare il proprietario della mancata disponibilità dei frutti che avrebbe percepito periodicamente, gl’interessi legali sulle somme, costituenti anch’esse debito di valuta, dovute a titolo d’indennità per l’occupazione legittima, la cui decorrenza dev’essere invece ancorata, per ciascuna annualità, alla scadenza del relativo periodo di occupazione. A seguito della dichiarazione d’illegittimità costituzionale della L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 20, comma 4, (come modificato dalla L. 1 gennaio 1977, n. 10, art. 14), nella parte in cui non consentiva di agire in giudizio per la liquidazione dell’indennità di occupazione in mancanza della determinazione della stessa da parte della commissione di cui alla L. n. 865 cit., art. 16 o della sua comunicazione agl’interessati (cfr. Corte cost., sent. n. 470 del 1990), l’insorgenza del relativo diritto risulta infatti svincolata dal procedimento amministrativo di liquidazione. Poichè, peraltro, pur essendo collegato alla durata effettiva dell’occupazione, il relativo credito dev’essere calcolato su base annua, ai sensi dell’art. 20, comma 3 cit., e sulla medesima base va calcolato l’importo eventualmente dovuto per periodi inferiori all’anno, la corresponsione dell’indennità deve aver luogo per ciascuna annualità alla scadenza del relativo periodo, ed in ogni caso alla cessazione dell’occupazione, se avvenuta anteriormente, con la conseguenza che, divenendo esigibile da tale data il credito del proprietario, è dalla stessa che devono essere fatti decorrere i relativi interessi (cfr. Cass., Sez. 1, 21 aprile 2006, n. 9410;

Cass., Sez. 1, 14 marzo 2006, n. 5520, cit.; 11 novembre 2003, n. 16908). La medesima decorrenza dev’essere riconosciuta nel caso in cui, non trovando applicazione la predetta disposizione, l’indennità di occupazione debba essere liquidata in misura pari agl’interessi legali sull’indennità di esproprio, non valendo l’adozione di tale criterio a trasformare in obbligazione d’interessi quella che rimane un’obbligazione volta a reintegrare il proprietario del pregiudizio subito per il mancato godimento dell’immobile (cfr. Cass., Sez. Un., 26 giugno 2003, n. 10165; Cass., Sez. 1, 5 aprile 2006, n. 7892; 19 luglio 2002, n. 10535; 10 luglio 1998, n. 6722).

Tali principi, costituenti jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte, non risultano puntualmente applicati nella sentenza impugnata, con cui la Corte d’Appello, pur escludendo la rivalutazione degli importi dovuti a titolo d’indennità di espropriazione e di occupazione, correttamente qualificati come debiti di valuta, ha riconosciuto i relativi interessi con decorrenza dalla data della domanda giudiziale, in tal modo disattendendo una domanda specificamente proposta dai ricorrenti; questi ultimi, infatti, nell’impugnare la sentenza di primo grado, avevano lamentato, tra l’altro, l’avvenuto riconoscimento degl’interessi con decorrenza dalla data della lettera raccomandata con cui avevano costituito in mora l’Amministrazione, anzichè da quella della perdita della proprietà per gl’interessi dovuti sull’indennità di espropriazione, e dalla scadenza del periodo di occupazione legittima per quelli dovuti sull’indennità di occupazione.

1.2. – Inammissibili risultano invece le censure riguardanti la decorrenza degl’interessi sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno per occupazione appropriativa.

In quanto volto a ristorare il pregiudizio derivante da un fatto illecito extracontrattuale, tale risarcimento si configura infatti come debito di valore, la cui liquidazione, com’è noto, deve aver luogo con riferimento al valore che l’immobile irreversibilmente trasformato aveva all’epoca della perdita della proprietà, espresso in termini monetari che tengano conto della svalutazione sopravvenuta fino alla data della decisione definitiva; gl’interessi sull’importo così liquidato non hanno natura moratoria ma compensativa, in quanto il loro riconoscimento risponde alla funzione di adeguare l’entità del risarcimento all’ulteriore pregiudizio arrecato al proprietario dal ritardo nel conseguimento della disponibilità dell’equivalente pecuniario del danno subito, del quale essi costituiscono dunque una componente, al pari di quella rappresentata dalla somma attribuita a titolo di rivalutazione monetaria (cfr. Cass., Sez. 1, 21 aprile 2006, n. 9410; 7 ottobre 2005, n. 19636). Si tratta, in altri termini, di una modalità di liquidazione del danno da ritardo, fondata su criteri presuntivi ed equitativi correlati alla remuneratività del denaro, la quale presuppone che la somma liquidata a titolo di risarcimento, comprensiva della rivalutazione, risulti inferiore a quella di cui il creditore disporrebbe alla data della decisione ove avesse potuto impiegare utilmente l’importo originariamente dovutogli nelle forme ritenute usuali dalla comune esperienza. Il mero ritardo nella percezione dell’equivalente pecuniario non consente pertanto automaticamente il riconoscimento degl’interessi, occorrendo a tal fine l’allegazione e la prova (anche presuntiva) del danno subito dal creditore, la cui sussistenza dev’essere esclusa nell’ipotesi in cui la remuneratività degl’impieghi prospettati, oppure quella media del denaro nel periodo in considerazione, risulti inferiore al tasso di svalutazione (cfr.

ex plurimis, Cass., Sez. 3, 12 febbraio 2010, n. 3355; 1 marzo 2007, n. 4791; Cass., Sez. 1, 25 agosto 2006, n. 18490). In ogni caso, gl’interessi non possono essere riconosciuti sulla somma definitivamente rivalutata con decorrenza dalla data dell’illecito, dovendosi avere invece riguardo agl’incrementi nominali del capitale originario con riferimento a singoli momenti (da individuarsi in concreto, secondo le circostanze del caso) e ad indici prescelti di rivalutazione monetaria, ovvero al capitale rivalutato in base ad un indice medio, e ciò al fine di evitare una sostanziale duplicazione del risarcimento, con la conseguente indebita locupletazione del creditore in danno del debitore (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. 3, 9 marzo 2010, n. 5671; 3 marzo 2009, n. 5054; Cass., Sez. 2, 10 marzo 2006, n. 5234).

Alla stregua di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire anche in questa sede, la mera deduzione dell’errata individuazione della data di decorrenza degli interessi sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno per l’occupazione appropriativa non può essere considerata sufficiente ai fini del riconoscimento degli stessi da una data anteriore, occorrendo anche l’allegazione e la prova dell’inidoneità dell’importo complessivamente riconosciuto per capitale ed interessi a ristorare per intero il pregiudizio derivante dalla perdita della proprietà e quello ulteriore connesso al ritardo nel conseguimento dell’equivalente pecuniario. L’inadempimento del relativo onere da parte del ricorrente assume nella specie un particolare rilievo, in quanto la Corte di merito, pur avendo fatto decorrere gl’interessi dalla data della domanda giudiziale, anzichè da quella in cui ha avuto luogo la perdita del diritto dominicale, li ha riconosciuti sull’intero controvalore dell’immobile occupato, rivalutato fino alla data della decisione, in tal modo adottando un criterio di liquidazione del danno da ritardo la cui svantaggiosità per i ricorrenti avrebbe dovuto costituire oggetto di rigorosa dimostrazione.

  1. – Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono in via subordinata la violazione e la falsa applicazione degli artt. 99, 112 c.p.c., dell’art. 132 c.p.c., n. 4, dell’art. 329 e 359 cod. proc. civ., nonchè l’omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, assumendo che, nel far decorrere gl’interessi dalla domanda, la Corte d’Appello ha immotivatamente operato in loro danno una reformatio in pejus della sentenza di primo grado, senza che alcuna censura fosse stata sollevata dal Comune, rimasto contumace nel giudizio di appello.

2.1. – La censura, che nella parte riguardante gl’interessi dovuti sulle indennità di espropriazione ed occupazione resta assorbita dall’accoglimento parziale del primo motivo, risulta invece infondata in riferimento agl’interessi dovuti sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno.

Costituendo l’attribuzione degl’interessi una mera modalità o tecnica di liquidazione del danno da ritardo, che rappresenta a sua volta una componente del pregiudizio complessivamente subito dal titolare del fondo illegittimamente occupato ed irreversibilmente trasformato, la relativa pronuncia non integra un capo a sè stante della sentenza recante la liquidazione del danno, autonomo rispetto a quello avente ad oggetto il riconoscimento del controvalore dell’immobile: pertanto, impugnato quest’ultimo capo, non può essere utilmente invocato il giudicato in ordine alla misura degli interessi precedentemente attribuiti, e il giudice dell’impugnazione, anche in difetto di una specifica censura in ordine alle modalità di liquidazione di tali interessi adottata nella sentenza impugnata, può procedere alla riliquidazione della somma dovuta a titolo risarcitorio e dell’ulteriore danno da ritardato pagamento, utilizzando la tecnica che ritiene più appropriata al fine di reintegrare il patrimonio del creditore, restando irrilevante che sia stata o meno proposta impugnazione anche in ordine agl’interessi già conseguiti e alla loro misura (cfr. Cass., Sez. Un., 5 aprile 2007, n. 8520; Cass., Sez. 3, 18 luglio 2011, n. 15709; 26 aprile 2010, n. 9926).

  1. – Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e la falsa applicazione degli artt. 91, 92 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4 e dell’art. 359 cod. proc. civ., della L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 24 della L.7 novembre 1957, n. 1051 e dei D.M. 5 ottobre 1994, n. 585 ed 8 aprile 2004, n. 127, nonchè l’omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che, nella liquidazione delle spese processuali, la Corte territoriale si è immotivatamente discostata dalle note specifiche da loro depositate.

In particolare, essa ha riconosciuto per esborsi un importo inferiore al compenso del c.t.u. nominato in appello, omettendo di tener conto anche delle spese di bollo e registrazione e dei diritti di copia della sentenza di primo grado, di quelle di notifica dell’atto d’appello, del contributo di iscrizione a ruolo e di quello per le notifiche d’ufficio, nonchè del compenso dovuto al consulente di parte; ha liquidato i diritti in misura inferiore a quella richiesta, senza indicare le prestazioni non riconosciute, ed ha determinato l’onorario in misura inferiore ai minimi tariffari, omettendo di tener conto dell’importanza e del numero delle questioni trattate e di riconoscere l’aumento previsto per la difesa di più persone.

3.1. – Il motivo è fondato.

In presenza di una nota specifica prodotta dalla parte vittoriosa, il giudice non può infatti limitarsi ad una globale determinazione dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato in misura inferiore a quelli esposti, ma ha l’onere di dare un’adeguata motivazione dell’eliminazione o della riduzione delle voci da lui operata, al fine di consentire, attraverso il sindacato di legittimità, l’accertamento della conformità della liquidazione alle risultanze degli atti ed alle tariffe (cfr. Cass., Sez. 6, 30 marzo 2011, n. 7293; Cass., Sez. lav., 24 febbraio 2009, n. 4404).

Tale onere nella specie è rimasto totalmente inadempiuto, avendo la Corte d’Appello liquidato gli onorari di avvocato ed i diritti di procuratore in misura notevolmente inferiore a quella indicata nelle due note specifiche depositate dagli appellanti, e riportate testualmente nel ricorso per cassazione, senza fornire alcuna indicazione in ordine alle voci eliminate o ridotte, ed avendo riconosciuto a titolo di esborsi un importo addirittura inferiore alle sole spese sostenute dai ricorrenti per la c.t.u. espletata. La mancata esposizione delle ragioni di tale liquidazione, in presenza delle note prodotte in giudizio, risulta di per sè sufficiente ai fini dell’accoglimento della censura, non occorrendo procedere in questa sede alla verifica della legittimità dei singoli importi richiesti, avuto riguardo all’impossibilità d’individuare quelli che la sentenza impugnata ha ritenuto non dovuti, nonchè di risalire ai motivi della relativa esclusione.

  1. – La sentenza impugnata va pertanto cassata, nei limiti segnati dalle censure accolte, con il conseguente rinvio della causa alla Corte d’Appello di Bari, che provvedere, in diversa composizione, anche alla liquidazione delle spese relative al giudizio di legittimità.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie parzialmente il primo ed il terzo motivo di ricorso, rigetta il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Bari, anche per la liquidazione delle spese processuali.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 28 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 13 settembre 2013

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. SALME’      Giuseppe                          –  Presidente   -Dott. CECCHERINI  Aldo                         –  rel. Consigliere  -Dott. MACIOCE     Luigi                             –  Consigliere  -Dott. GIANCOLA    Maria Cristina                    –  Consigliere  -Dott. LAMORGESE   Antonio Pietro                    –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 729-2007 proposto da: AGRICOLA  LENTI  S.CA.R.L., in persona del legale rappresentante  pro tempore,  elettivamente  domiciliata in  ROMA,  VIA  MESSEDAGLIA  42, presso   l’avvocato   PALERMO  FRANCESCO,  rappresentata   e   difesa dall’avvocato  CIRIACO  FRANCESCO,  giusta  procura  a  margine   del ricorso;                                                        – ricorrente –                                contro COMUNE DI LAMEZIA TERME;                                                          – intimato – sul ricorso 2518-2007 proposto da: COMUNE  DI LAMEZIA TERME (p.i. (OMISSIS)), in persona del Sindaco pro  tempore,  elettivamente domiciliato in  ROMA,  VIA  COSSERIA  2, presso    l’avvocato   AIELLO   FILIPPO,   rappresentato   e   difeso dall’avvocato  MERCURI  GABRIELE,  giusta  procura  a   margine   del controricorso e ricorso incidentale condizionato;                         – controricorrente e ricorrente incidentale –                                contro AGRICOLA LENTI S.C.A.R.L.;                                                          – intimata – avverso  la  sentenza n. 415/2006 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO, depositata il 18/07/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 01/07/2013 dal Consigliere Dott. ALDO CECCHERINI; udito, per la ricorrente, l’Avvocato CIRIACO FRANCESCO che ha chiesto l’accoglimento   del   ricorso  principale,   rigetto   del   ricorso incidentale; udito,  per  il controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato BUCCELLATO, con delega avv. MERCURI, che si riporta; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. ZENO  Immacolata che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine rigetto del ricorso principale, assorbito l’incidentale.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. L’Agricola Lenti Società cooperativa a resp. lim. chiese alla Corte d’appello di Catanzaro (in sede di riassunzione del giudizio, che era stato introdotto in data 11 febbraio 2002 davanti al Tribunale di Lamezia Terme, dichiaratosi incompetente) di condannare il Comune di Lamezia Terme al pagamento in suo favore della speciale indennità prevista dalla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, comma 2. La domanda era proposta a seguito dell’espropriazione (il 10 gennaio 1997) di parte – mq 106.967 – del fondo rustico ad essa affittato dalle proprietarie D.L.L. e S.B., che era stato occupato d’urgenza in forza di decreto 9 gennaio 1992. La società precisò di non essere venuta precedentemente a conoscenza degli atti del procedimento ablatorio, avendone appreso l’esistenza dalla constatazione della materiale occupazione e della distruzione delle colture esistenti. Il comune resistette all’azione, eccependo tra l’altro la prescrizione del diritto.
  2. La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza 18 luglio 2006, ritenuta assorbita l’eccezione di prescrizione, ha respinto la domanda nel merito. Ha osservato che l’indennità richiesta spetta al coltivatore diretto, con esclusione dell’imprenditore agricolo, ravvisabile nella prevalenza del fattore capitale su quello umano. Le società cooperative, costituite da lavoratori agricoli, erano state equiparate ai coltivatori diretti dalla L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 7 norma inapplicabile nella fattispecie, essendo il contratto di conduzione del fondo da parte della cooperativa attrice del 18 dicembre 1974, e quindi anteriore.
  3. Per la cassazione di questa sentenza, notificata, il 17 ottobre 2006, ricorre la cooperativa per due motivi.

Il comune resiste con controricorso e ricorso incidentale per due motivi.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia la violazione della L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17 in rapporto alla L. 3 maggio 1982, n. 203, artt. 2, 7, 53 e 58. Si formula il quesito di diritto, se la L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 7, nel contemplare l’equiparazione ai coltivatori diretti delle società cooperative costituite da lavoratori agricoli si applichi o no ai rapporti di affitto in corso alla data della sua entrata in vigore. Segue la denuncia di un vizio di motivazione sull’applicabilità delle norme della L. 3 maggio 1982, n. 203, ai contratti di affitto agrario anteriori in regime di proroga legale.

Con il secondo motivo si censura la violazione della L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, per averne la corte distrettuale escluso l’applicabilità alla cooperativa, sebbene la norma nell’attribuire il diritto all’indennità al fittavolo non discrimini il fittavolo cooperativa dal fittavolo persona fisica. Il motivo pone poi la questione dei criteri per l’identificazione del coltivatore diretto avente diritto all’indennizzo, quando sia una cooperativa, formulando il quesito se il diritto spetti per la sola equiparazione disposta dalla L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 7 oppure, indipendentemente dall’equiparazione, per la ricorrenza dei requisiti indicati a proposito del coltivatore diretto persona fisica (come nella stessa L. n. 203 del 1982, art. 6 e nella L. 26 maggio 1965, n. 590, art. 8).

  1. I due motivi devono essere esaminati congiuntamente, vertendo sulla questione dell’applicabilità della norma contenuta nella L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17 alle cooperative agricole.
  2. la citata L. n. 865 del 1971, art. 17 prevede un’indennità a favore dei coltivatori diretti del fondo spropriato, che nel disegno originario del legislatore (nel quadro di una disciplina che non contemplava l’indennità dei suoi agricoli in base al loro effettivo valore venale) si sommava a quella dovuta al proprietario – nella presente fattispecie già separatamente indennizzato in epoca anteriore alla sentenza della Corte costituzionale n. 181 del 2011 – costituendo un’aggiunta premiale in considerazione del valore costituzionale del lavoro (Cass. 12 ottobre 2007 n. 21434); fermo restando che l’indennità complessivamente dovuta dall’espropriante per il medesimo fondo deve essere in ogni caso contenuta nel rispetto del limite del valore venale del fondo (Cass. n. 21434/2007 cit.; 21 maggio 2007 n. 11782).

La norma non detta una propria definizione di coltivatore diretto, ma rimanda implicitamente a quella contenuta nelle norme dell’ordinamento che disciplinano la materia. La L. 3 maggio 1982, n. 203, contenente norme sui contratti agrari, regola nel suo capo primo la durata dei contratti di affitto a coltivatore diretto, con lo scopo di garantire a questi una durata legale minima, a tutela del suo lavoro, e prevede anche, a carico del proprietario, un indennizzo per ogni caso di risoluzione incolpevole (art. 43). A tal fine, la citata L. n. 203 del 1982, art. 6 contiene una definizione di coltivatore diretto, senza dubbio utilizzabile anche ai fini, qui considerati, della spettanza di una speciale indennità a carico dell’espropriante del fondo. L’articolo successivo della stessa legge (art. 7), poi, stabilisce che sono equiparate ai coltivatori diretti anche le cooperative costituite dai lavoratori agricoli e i gruppi di coltivatori diretti, riuniti in forme associate, che si propongono e attuano la coltivazione diretta dei fondi. La circostanza che tale equiparazione sia dettata ai fini propri della medesima legge non è argomento persuasivo per negarne il valore in tema di indennità per l’espropriazione del fondo coltivato, posto che i fini di quella legge, costituiti dalla tutela del lavoro del coltivatore diretto, sono pienamente compatibili con la sua applicazione in materia d’indennità del fondo espropriato.

La norma contenuta nella L. n. 203 del 1982, art. 7 concorre, dunque, a definire l’area di applicazione della L. n. 865 del 1971, art. 17 e deve trovare applicazione con riguardo alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento del sorgere dell’obbligazione indennitaria, vale a dire alla data del decreto di espropriazione (nella fattispecie: 10 gennaio 1997). Nessun rilievo, invece, può essere attribuito alla circostanza che il contratto di affitto fosse stato stipulato in data anteriore all’entrata in vigore della L. n. 203 del 1982, posto che le disposizioni in essa contenute si applicano a tutti i contratti di affitto di fondi agricoli, compresi quelli in corso e quelli in regime di proroga, come chiarisce l’art. 1 della medesima legge. Che al momento dell’espropriazione il contratto fosse in corso in regime di proroga convenzionale o legale è, invece, una circostanza irrilevante.

  1. Al quesito posto dal primo motivo deve darsi pertanto risposta affermativa. Il principio di diritto applicabile nella fattispecie è il seguente:

la L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17 che prevede un’indennità a favore dei coltivatori diretti del fondo espropriato, si applica anche alle cooperative a essi equiparati, secondo la previsione della L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 7 vale a dire alle cooperative costituite dai lavoratori agricoli e i gruppi di coltivatori diretti, riuniti in forme associate, che si propongono e attuano la coltivazione diretta dei fondi, sempre che il contratto fosse in corso alla data del decreto di espropriazione, a ciò non essendo di ostacolo la circostanza che il contratto fosse stato stipulato in data anteriore all’entrata in vigore della L. n. 203 del 1982.

  1. L’accoglimento del ricorso comporta la cassazione della sentenza, che movendo dall’opposto principio di diritto non si è pronunciata sulla questione posta.
  2. Il primo motivo del ricorso incidentale condizionato del Comune di Lamezia Terme, circa la necessità di appurare, in capo alle cooperative agricole, ai fini dell’attribuzione del beneficio in questione, la ricorrenza dei requisiti indicati nella L. n. 203 del 1982, art. 6 è mal posto e deve essere rigettato. Dovendo trovare applicazione la L. n. 203 del 1982, art. 7 è in questa norma, e non nell’art. 6 della cit. legge, che devono rinvenirsi le condizioni di applicabilità del beneficio previsto dalla L. n. 865 del 1971, art. 17; e tale compito, come sarà meglio precisato di seguito, è riservato al giudice del rinvio.
  3. Il secondo motivo del ricorso incidentale del comune pone il quesito se, in mancanza di trascrizione di un contratto di affitto, il termine di decadenza previsto dalla L. n. 865 del 1971, art. 19 decorra, anche per il fittavolo, dalla notifica del decreto d’indennità provvisoria fatto dall’ente espropriante al proprietario del terreno convivente con il conduttore del fondo espropriato.
  4. L’insegnamento di questa corte in proposito è il seguente.

L’indennità aggiuntiva riservata al coltivatore, contemplata dalla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, comma 2, caratterizzata da una funzione compensativa del sacrificio sopportato a causa della definitiva perdita del terreno, è autonoma rispetto all’indennità di espropriazione, pur trovando titolo diretto nel provvedimento ablatorio, con la conseguenza che le impugnazioni per l’esperimento dell’opposizione alla stima sono soggette, in difetto di diversa previsione, al termine di decadenza di cui all’art. 19 della citata legge; tuttavia, con riguardo alla fissazione della data di decorrenza del termine ad opponendum, qualora il decreto di esproprio segua e non preceda la pubblicazione sul FAL dell’avviso di deposito della stima, la “conoscenza legale” dell’indennità definitiva, come stimata, dalla quale decorre il termine di decadenza a carico dell’espropriato, non può ritenersi acquisita con la mera pubblicità legale, attraverso il FAL stesso, in difetto di una sua correlazione ad una concreta misura ablatoria, ma può affermarsi soltanto nel momento in cui l’espropriante notifichi il decreto di esproprio. Con l’ulteriore conseguenza della necessità di tale notifica non esclusivamente ai proprietari, ma anche agli altri “interessati” L. 22 ottobre 1971, n. 865, ex art. 17, comma 2, alla luce di un’interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata delle disposizioni contenute nella L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 13, comma 2, e art. 15, comma 2, che devono essere coordinate con la previsione del successivo art. 19, il quale legittima alla proposizione dell’opposizione anche questi ulteriori soggetti “interessati” (Cass. 8 settembre 2011 n. 18450).

Non sembra necessaria, tuttavia, alla definizione del giudizio un’indagine sul problema specifico posto dal quesito, in relazione alla circostanza che, in mancanza dei consueti mezzi di pubblicità legale, l’espropriante abbia ignorato l’esistenza del contratto d’affitto. Il quesito postula invero una soluzione – vale a dire la decorrenza del termine ad opponendum dalla notifica del decreto d’indennità provvisoria, che impone una risposta incondizionatamente negativa, posto che in nessun caso, e neppure per il proprietario espropriato, il termine in questione decorre dalla notifica del decreto di determinazione dell’indennità provvisoria.

  1. In conclusione il ricorso principale è accolto e quello incidentale è respinto. La sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio della causa alla medesima corte territoriale la quale, nel decidere la controversia in altra composizione, anche ai fini del regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità, si atterrà al principio di diritto sopra indicato, e accerterà, anche ai fini del regolamento delle spese del giudizio di legittimità, se la cooperativa attrice possedesse i requisiti per l’attribuzione dell’indennità contemplata dalla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 17, attuando la coltivazione diretta del fondo espropriato, determinando in caso affermativo l’indennità dovuta.

PQM
P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso principale e rigetta quello incidentale;

cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per il regolamento delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Catanzaro in altra composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte suprema di cassazione, il 1 luglio 2013.

Depositato in Cancelleria il 8 agosto 2013

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE PRIMA CIVILE                         Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. VITRONE     Ugo                               –  Presidente   -Dott. SALVAGO     Salvatore                    –  rel. Consigliere  -Dott. GIANCOLA    Maria C.                          –  Consigliere  -Dott. CAMPANILE   Pietro                            –  Consigliere  -Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria                        –  Consigliere  -ha pronunciato la seguente:                                                               sentenza                                        sul ricorso 21801-2006 proposto da:                    R.S.V. (c.f. (OMISSIS)),  elettivamente domiciliato   in  ROMA,  VIA  LIMA  31,  presso  l’avvocato   TABEGNA GIANCARLO,  rappresentato  e  difeso dall’avvocato  LO  RE  VINCENZO, giusta procura in calce al ricorso;                                                        – ricorrente –                                contro        D.S.,      DA.SA.;                                                          – intimati – avverso  la  sentenza  n.  14/2006 del GIUDICE  DI  PACE  di  POLIZZI GENEROSA, depositata il 27/01/2006; udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 28/05/2013 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO; udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. FIMIANI Pasquale che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Giudice di pace di Polizzi Generosa con sentenza del 27 gennaio 2006 ha condannato R.S.V. a corrispondere a Sa. e D.S. l’indennità per l’avvenuta espropriazione ad opera dell’Ente Parco delle Madonie, con provvedimento del 18 gennaio 2000, di un terreno nella contrada (OMISSIS) (in catasto al fg. 2, part. 9 e 13), loro assegnato dall’ESA con decreto 19 febbraio 1997, in base alla legge 104 del 1950 della Regione siciliana sulla riforma fondiaria: posto che seppure il R. risultava ancora intestatario dell’immobile, gli assegnatari come accertato dal c.t.u. ne avevano acquistato la proprietà in data 28 settembre 2001, in cui ne avevano completato il riscatto.

Per la cassazione della sentenza, il R. ha proposto ricorso per 3 motivi; mentre i D. non hanno spiegato difese.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il ricorso che si articola in tre censure il R., deducendo violazione della L.R. Sic. n. 104 del 1950, artt. 1, 16 e 52 addebita alla sentenza impugnata di non avere considerato: a) che in base agli accertamenti compiuti dal c.t.u. i D., assegnatari del fondo ne avevano acquistato il solo possesso; laddove la proprietà sarebbe stata loro trasferita esclusivamente con il riscatto; b) che la stessa consulenza aveva concluso che detto trasferimento si era verificato con atto pubblico del 28 settembre 2001 a seguito del pagamento dell’intero prezzo di riscatto del terreno; c) che in ogni caso alla data del provvedimento di esproprio l’immobile poteva al più appartenere all’ESA, ente assegnante, ma non ai D. carenti, anche sotto questo profilo, di titolo a richiedere loro l’indennità.

Il ricorso è anzitutto ammissibile malgrado la controversia rientri nei limiti di valore stabiliti dall’art. 113 cod. proc. civ., avendo per oggetto la titolarità del diritto a percepire l’indennità di espropriazione nell’ipotesi di avvenuta assegnazione di un terreno in base alle norme di riforma fondiaria di cui alle leggi statali L. n. 841 del 1950 e L. n. 230 del 1950, nonchè 104 del 1950 della Reg.

siciliana:e perciò venendo in discussione uno dei principi informatori sia della materia espropriativa, che di quella relativa ai diritti dell’assegnatario sugli immobili ottenuti per raggiungere le menzionate finalità.

Esso è altresì fondato, per avere il giudice di pace accertato e le parti non contestato: a) che i D. con decreto 19 febbraio 1997 dell’ESA hanno conseguito l’assegnazione del terreno ai sensi della menzionata L.R. n. 104 del 1950, art. 1; b) che il riscatto dell’immobile è stato invece perfezionato in seguito al pagamento integrale del prezzo soltanto con atto del 28 settembre 2001, in conseguenza del quale è stata loro rilasciata la relativa quietanza;

  1. c) che tuttavia durante il periodo dell’assegnazione, l’Ente parco al fine di eseguire specifici lavori di recupero ambientale, ha attivato la procedura ablativa onde acquisire l’immobile: conclusa, al lume degli accertamenti peritali recepiti dalla sentenza impugnata, con provvedimento del 18 gennaio 2000. Pertanto alla data suddetta nessuno dei ricorrenti era ancora proprietario del fondo assegnato, in quanto in base alle menzionate disposizioni legislative come interpretate dalla giurisprudenza tanto ordinaria quanto amministrativa (Cons. St. 355/1990), il rapporto fra ente assegnante e privato assegnatario trova il suo fondamento in una concessione amministrativa, soggetta a regime pubblicistico, e viene attuato mediante un contratto (vendita con pagamento rateale) soggetto a regime privatistico ( Sez. un. 3192/1991; 3994/1987; 715/1975) e con riserva di dominio a favore dell’ente assegnante; con la duplice conseguenza che il riservato dominio a favore dell’Ente assegnante (ESA o altri) sui terreni assegnati permane fino al pagamento totale (ovvero della quindicesima annualità L. n. 386 del 1976, ex art. 10) del prezzo di assegnazione. E che l’acquisto della proprietà del terreno da parte dell’assegnatario opera soltanto all’esisto del verificarsi di detti eventi, pur se automaticamente senza necessità di verifica dell’adempimento degli obblighi essenziali derivanti dal rapporto di assegnazione: con esclusione al riguardo di alcun potere discrezionale da parte della Pubblica Amministrazione ai terreni a (Cass. 8829/2003; 4107/1986; sez. un. 1641/1980). D’altra parte nella materia espropriativa, dal precetto contenuto nell’art. 42 Cost., nonchè dalle disposizioni della L. n. 2359 del 1865, artt. 50 segg.

discende direttamente che è proprio il provvedimento di espropriazione di un immobile privato ad attribuirne immediatamente la titolarità alla P.A. nonchè ad incidere in misura corrispondente sui poteri dominicali del titolare del bene, privandolo in radice delle facoltà di godimento e di disposizione del bene di cui all’art. 832 cod. civ.; e ad operare la trasformazione del diritto reale in quello a percepire la giusta indennità, che dunque compete esclusivamente al soggetto che ne sia proprietario alla data del provvedimento con cui la proprietà gli viene sottratta (Cass. 11406/2012; 12408/2006; 11054/2001): come del resto risulta dal combinato disposto della L. n. 2359 del 1865, artt. 27 e 52 secondo cui pronunciata l’espropriazione tutti i diritti del proprietario sul fondo espropriato si convertono sull’indennità che lo rappresenta.

Ed allora nel caso, essendo certo che alla data indicata dal giudice di pace, i D. non avevano conseguito la proprietà del fondo di contrada (OMISSIS), gli stessi non avevano titolo per percepire la indennità sostitutiva spettante esclusivamente al soggetto che a quella stata data ne era titolare e nei cui confronti è stato pronunciato il decreto ablativo: perciò a nulla rilevando la circostanza che detto soggetto coincidesse con il proprietario catastale dell’immobile nei cui confronti era stata svolta la procedura di esproprio; ovvero con l’ESA (pag.10 e 12 sent.) che ne aveva compiuto l’assegnazione, posto che in entrambi i casi il provvedimento concessorio di cui erano titolari non conferiva ad essi il diritto a percepire l’indennità – provvisoria o definitiva – di espropriazione. La sentenza impugnata che ha erroneamente accolto la loro richiesta in tali sensi va conclusivamente cassata;e non essendo necessaria ulteriore istruzione il Collegio può decidere nel merito la controversia ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ. rigettando la richiesta degli assegnatari, originari attori.

Le spese del giudizio vanno gravate sui soccombenti D. e si liquidano in favore del R. come da dispositivo.

PQM
P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda degli assegnatari D. che condanna in solido al pagamento delle spese processuali liquidate in favore del ricorrente in complessivi Euro 800 per il giudizio di merito, ed in Euro 1.700 di cui Euro 200 per esborsi, per quello di legittimità; oltre agli accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 28 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2013

 

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