Di chi è l’impresa? Riflessioni per un migliore sistema organizzativo

Di chi è l’impresa?
A chi appartiene, chi ne ha il pezzo più grande?
Parlo di impresa, come attività economica organizzata e non di azienda, complesso di beni, patrimonio,per la quale il discorso è più chiaro.

7403041-scacchi-vincitore-sconfitte-bianchi-re-astratto-sfondo-blu--Archivio-Fotografico

Recentemente, quasi al termine di una docenza universitaria di 8 ore, pensavo di aver perso l’attenzione di chi mi ascoltava e allora ho calato la carta più interessante: il Mobbing.
E, come prevedevo, l’interesse si è risvegliato. (Nei limiti di quanto sia possibile, credo, dopo un lungo intervento.)
Quando siamo scesi nel pratico, erano tutti d’accordo – si trattava di aspiranti HR – : avrebbero punito l’aggressore. Avrebbero fatto “buona guardia”.
Sì, ma ho fatto loro notare che non è sempre facile distinguere. Magari l’aggressore è quello che si rivolge alla direzione del personale lamentando un’ingiusta persecuzione. Giocando di anticipo.
I ragazzi hanno rilanciato proponendo di ascoltare tutte le parti e l’altro personale, per redigere un rapporto. Molto dettagliato.
E poi, ho sollecitato io, oltre a bloccare il lavoro e ad accelerare in un certo senso l’escalation, cosa ne farete di tutto questo mucchio di carta? Non vi basterà riempirne un cassetto per dire che vi siete interessati del problema quando il datore di lavoro sarà chiamato dinanzi a un Giudice a risponderne.
Una soluzione empirica, di valutare caso per caso, pure proposta da un altro studente, voleva però dire rinunciare all’iniziativa e subire gli eventi. Proprio quello che accade nel Mobbing. È stato anche avanzato di mettere telecamere ovunque. Lo spettro di un incubo tecnologico che ho voluto subito allontanare, con buona pace dei falsi miti sul Jobs Act.
Punire entrambi i soggetti coinvolti, mobbizzante e mobbizzato, con una sanzione lieve, per tenere il polso della situazione e non spingere il mobbizzato dalla parte del torto, non li convinceva.
Ritenendolo ingiusto, si erano nei fatti già schierati. Ed è quello che nel Mobbing non deve succedere. Il mobbizzante come il mobbizzato sono una risorsa dell’azienda e comunque vada un valore non va buttato via a prescindere.
Intanto riflettevo su come emerga, anche nell’ambito delle risorse umane, un protagonismo che fa più male che bene. Un protagonismo in buona fede incoraggiato da un vuoto di potere.
Perché, torno a chiedere, di chi è l’impresa?
Dell’imprenditore che si assume il rischio imprenditoriale? Ma l’art. 2082 del codice civile definisce, all’inverso, l’imprenditore partendo dalla nozione di impresa.
Delle banche che la finanziano? Ma fallimento e altri istituti concorsuali li pongono in posizione subordinata rispetto ai creditori privilegiati.
Dei soci, di capitale o no? Ma, tranne che in certi casi, la loro responsabilità è disgiunta da quella dell’impresa. Per loro c’è “vita oltre l’impresa”.
Dei lavoratori subordinati che mettono a disposizione le loro energie lavorative? Ma la funzione alimentare della retribuzione per il sostentamento proprio e della loro famiglia non sembra qualificarli come protagonisti delle scelte di impresa.
Si sono annoverati tra i proprietari dell’impresa persino i clienti. Ma quando acquistiamo un prodotto o un servizio non è forse vero il contrario, visto che è piuttosto l’impresa a dire: i miei clienti?
E allora di chi è, se pure è di qualcuno, quest’impresa?
L’impresa, a mio modo di vedere, appartiene a se stessa. Come in un romanzo di Agatha Christie, spesso “l’assassino” non è nessuno o lo sono tutti.
L’impresa prospererà se riuscirà nel difficile intento – meglio, se ciascuno dei protagonisti riuscirà – a fare sentire l’altro il proprietario.
Imprenditore, banche, creditori, soci, lavoratori e consulenti, per arrivare ai clienti, da mantenere e incrementare.
In una partita in cui tutti giocano in un ruolo diverso dal loro.
Avv. Roberto Colantonio

Rispondi