Mobbing e Fumo di sigaretta sui luoghi di lavoro

Caso 1#

Un dipendente regionale, con posizione di assistente di segreteria, assegnato  alla Segreteria del dirigente responsabile del Servizio, ha dedotto di avere subito, “in particolare a causa delle scelte organizzative poste in essere dal Dirigente, un progressivo svuotamento delle mansioni fino a quel momento esercitate con profitto”; di essere stato esposto al fumo passivo da parte della collega, con il tacito benestare della Responsabile del servizio; di avere riportato a causa del demansionamento e dell’esposizione al fumo passivo, un grave pregiudizio alla salute, che l’aveva costretto, tra l’altro, a lunghe assenze dal lavoro e ricorrere a cure specialistiche”.

Il dipendente ha convenuto in giudizio la Regione, “chiedendone la condanna, previo accertamento della illegittimità della condotta posta in essere dall’Ente datore di lavoro, al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali subiti (alla professionalità acquisita e all’immagine professionale, biologico, morale ed esistenziale).”

Si costituiva la Regione chiedendo il rigetto della domanda.

Il Giudice, disposta una consulenza tecnica d’ufficio e sentiti  testimoni, dichiarava che il dipendente ha subito un demansionamento per svuotamento di mansioni e ha condannato la Regione al risarcimento del danno cagionato, anche in relazione all’esposizione del lavoratore al fumo passivo, alla somma di euro (omissis), per danno alla professionalità, per danno esistenziale, per danno biologico, permanente e temporaneo e rimborso spese mediche documentate e danno morale, oltre interessi al tasso legale, nonché al rimborso delle spese processuali del grado e ponendo le spese di CTU a carico della soccombente.

Rif.: sentenza Tribunale Bologna, sez. lav., 15/04/2014, (ud. 18/03/2014, dep.15/04/2014),  n. 254

 

 

Caso 2#

Una lavoratrice, Agente di Polizia Municipale, ha convenuto in giudizio Il Comune suo datore di lavoro denunciando al Giudice del Lavoro una condotta di natura vessatoria e persecutoria tenuta nei suoi confronti. Tra la pluralità di comportamenti, causa di una situazione di stress della ricorrente: un trasferimento adottato senza alcun provvedimento formale con la privazione dell’arma e dell’uniforme; la circostanza che nella nuova sede non le venisse assegnata una postazione di lavoro; un’accusa ingiusta di furto di danaro poi successivamente archiviata; l’aver dovuto subire il fumo di colleghi d’ufficio senza che il Comune assumesse necessari provvedimenti di divieto; l’essere stata adibita ad attività lavorativa in servizio esterno che comportava esposizioni dirette ad inquinanti atmosferici nonostante il parere contrario del suo medico curante.

Il Tribunale di Milano, accogliendo parzialmente le sue richieste, condannava il Comune a pagare alla ricorrente la somma di euro (omissis), oltre interessi a titolo di danno non patrimoniale per l’esposizione della ricorrente al fumo passivo.

Rif. Tribunale Milano, sez. lav., 21/08/2014 n. 2536

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La protezione dall’esposizione a fumo di sigaretta è una tutela tipica, di rango costituzionale (Art. 32 diritto alla salute), che la tutela atipica del Mobbing va ad integrare, ed è disciplinata da vari interventi legislativi, tra cui ricordiamo l’art. 51 della Legge 16/01/2003 n.3 che fa divieto di fumo “nei locali chiusi, ad eccezione di: a) quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico; b) quelli riservati ai fumatori e come tali contrassegnati” e prescrive  per gli esercizi e i luoghi di lavoro la dotazione 2di impianti per la ventilazione ed il ricambio di aria regolarmente funzionanti.”

La Circolare del Ministero della Salute del 17 dicembre 2004 chiarisce che “Il divieto di fumare trova applicazione non solo nei luoghi di lavoro pubblici ma anche in quelli privati che siano aperti al pubblico o agli utenti. Tale accezione comprende gli stessi lavoratori dipendenti, in quanto “utenti” dei locali nell’ambito dei quali prestano la loro attività lavorativa. E’ infatti interesse del datore di lavoro mettere in atto e far rispettare il divieto, anche per tutelarsi da eventuali rivalse da parte di tutti coloro che potrebbero instaurare azioni risarcitorie per danni alla salute causati dal fumo.” La Circolare indica nel Datore di lavoro il soggetto tenuto a far rispettare tale divieto, tramite la nomina di un responsabile e contiene sanzioni in caso di inosservanza, con precisi obblighi di prevenzione. La normativa è poi confluita nel Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro (D.lgs. 9 aprile 2008 n. 81)

Il dipendente, esposto al rischio di fumo passivo, deve prima informarne il suo superiore e il preposto al divieto, possibilmente per iscritto e, in caso di mancati provvedimenti e del reiterarsi degli episodi, può ricorrere al Giudice del Lavoro e-o denunciare all’ufficio competente Asl.

In pratica però può non essere così semplice. Qui emerge uno degli aspetti caratteristici del Mobbing: il rischio di ritrovarsi ad essere considerato uno scocciatore.  Spesso infatti è lo stesso “capo” a fumare o un consistente numero di colleghi e anche gli altri che non fumano non vogliono esporsi. Il fumatore passivo si trova davanti a una situazione di tolleranza, magari instauratasi da anni e da prima del suo arrivo in ufficio ed è facile ritrovarsi in minoranza o isolati.

 

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