Archivi categoria: Strumenti di controllo dei lavoratori

Obbligo di indicare i nomi dei lavoratori sostituiti

Fermo restando quanto previsto dalla disciplina contenuta nel d.lg. n. 368 del 2001, nelle situazioni aziendali complesse il datore di lavoro è esentato dall’obbligo di indicare, nella causale del contratto di assunzione, i nominativi dei lavoratori sostituiti.

Cassazione 2018. Se ti interessa ricevere la sentenza per esteso, scrivici a: info@studiocolantonio.com oppure contattaci ai numeri che trovi nel sito.

Il braccialetto Amazon è legale?

Mi trovo in forte dissenso con quest’articolo che mi sembra contraddittorio ed errato. Lasciando da parte questioni etiche o politiche, come si fa a dire che un braccialetto indossato al polso non sia una forma di controllo dei lavoratori? E neanche tanto indiretta. Localizza la tua presenza, monitorizza la tua attività e probabilmente è idoneo a rilevare dati biometrici. L’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, anche nella sua versione post Jobs act, è molto chiaro: per essere autorizzato – non entrandoci questioni di sicurezza – è necessario l’accordo con i sindacati. Che piaccia oppure no. P.s. si scrive badge, non badget… oppure era un lapsus per dire budget?

http://www.lastampa.it/2018/02/02/italia/cronache/il-braccialetto-elettronico-legale-dopo-il-job-act-anche-senza-laccordo-dei-sindacati-GrjuFkmcC9KNT6GRo4d1WP/pagina.html

LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) – Diritti e doveri delle parti – impianti e strumenti di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori

Tribunale Latina   sez. lav.   17 luglio 2014        

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo Italiano

IL TRIBUNALE DI LATINA

nella persona del Giudice del Lavoro, dr.ssa Corinna Papetti,

all’udienza del 17.07.2014 ha pronunciato, dandone lettura, la

seguente:

SENTENZA

nella causa iscritta al N. R.G. 5262/2009, sul ricorso promosso da:

ALFA, rappresentato e difeso dagli Avv.ti __, giusta procura in atti;

RICORRENTE

CONTRO

BETA S.P.A., in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa dal Prof. Avv. __, giusta procura in atti;

RESISTENTE

Oggetto: licenziamento

CONCLUSIONI DELLE PARTI

Parte ricorrente: dichiarare la nullità e/o inefficacia e/o annullare

il licenziamento irrogato e dichiarare la continuità giuridica del

rapporto di lavoro per cui è causa, tuttora in essere dalla data del

recesso e per l’effetto condannare la società convenuta al pagamento

delle competenze retributive maturate fino alla data della reintegra;

in subordine, applicazione della tutela obbligatoria; con vittoria di

spese, da distrarsi.

Parte resistente: rigetto del ricorso.

Fatto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il licenziamento disciplinare intimato al ricorrente deve ritenersi illegittimo, per i motivi che

seguono.

Le contestazioni sulle quali il licenziamento è basato (Cfr. lettera di licenziamento, all. 1 fasc. di

parte resistente e lettere di contestazione disciplinare (all. 2 fasc. di parte convenuta) consistono, in

primis, in mancanze nell’adempimento della prestazione lavorativa, quali essersi intrattenuto

presso bar o ristoranti per intervalli temporali ritenuti eccessivi e non aver effettuato sopralluoghi

o altri incarichi affidati in qualità di Coordinatore della Sicurezza in fase di esecuzione dei lavori.

Indi, viene contestato l’utilizzo dell’auto aziendale anche per fini privati e la consegna di banconote

di taglio non precisato, avvenuta da parte di un terzo nelle mani del ALFA.

I fatti in questione, alla luce degli atti di causa, risultano essere stati conosciuti da parte datoriale

attraverso relazione investigativa di agenzia di investigazione privata.

Deve osservarsi, a tale proposito, la fondatezza della doglianza di parte ricorrente circa

l’inutilizzabilità – per la gran parte, ossia ad eccezione del profilo dell’uso dell’automobile e della

dazione delle banconote – delle risultanze in questione, vertendosi in materia estranea ai c.d.

controlli difensivi e trattandosi, viceversa, di modalità di controllo a distanza del lavoratore

attinenti direttamente all’adempimento della prestazione oggetto del rapporto, come tali

inammissibili ex art. 4 dello Statuto dei lavoratori.

I controlli consentiti riguardano, infatti, le diverse ipotesi nelle quali le finalità degli stessi

consistano nella protezione dei beni del datore di lavoro, estranei al rapporto lavorativo medesimo.

Si riporta, sul punto, il consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione, secondo cui

“In tema di controllo del lavoratore, le garanzie procedurali imposte dall’art. 4, secondo comma,

della legge n. 300 del 1970, espressamente richiamato dall’art. 114 del d.lgs. n. 196 del 2003, per

l’installazione di impianti e apparecchiature di controllo richiesti da esigenze organizzative e

produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, dai quali derivi la possibilità di verifica a distanza

dell’attività dei lavoratori, trovano applicazione ai controlli, c.d. difensivi, diretti ad accertare

comportamenti illeciti dei lavoratori, quando, però, tali comportamenti riguardino l’esatto

adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, e non, invece, quando

riguardino la tutela di beni estranei al rapporto stesso. Ne consegue che esula dal campo di

applicazione della norma il caso in cui il datore abbia posto in essere verifiche dirette ad accertare

comportamenti del prestatore illeciti e lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale” (Cfr. Cass.

  1. 2722/2012); “In tema di controllo a distanza dei lavoratori, il divieto previsto dall’art. 4 dello

statuto dei lavoratori di installazione di impianti audiovisivi od altre apparecchiature per il

controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, riferendosi alle sole installazioni poste in essere dal

datore di lavoro, non preclude a questo, al fine di dimostrare l’illecito posto in essere da propri

dipendenti, di utilizzare le risultanze di registrazioni video operate fuori dall’azienda da un

soggetto terzo, del tutto estraneo all’impresa e ai lavoratori dipendenti della stessa, per esclusive

finalità “difensive” del proprio ufficio e della documentazione in esso custodita, con la

conseguenza che tali risultanze sono legittimamente utilizzabili nel processo dal datore di lavoro”

(Cass. n. 2117/2011).

Nella vicenda oggetto della presente controversia, come detto, scopo dei controlli non è stato

quello della difesa del patrimonio della società convenuta – se non per gli aspetti menzionati, su

cui v. infra – ma piuttosto la verifica delle modalità di adempimento delle obbligazioni dedotte nel

rapporto di lavoro, durante l’orario di lavoro medesimo.

Per quanto riguarda, nello specifico, l’episodio della consegna del denaro, deve osservarsi che

questo è rimasto solo genericamente delineato e non presenta, pertanto, un rilievo significativo ai

fini della giustificazione dell’atto risolutivo del rapporto, massima sanzione disciplinare ed

extrema ratio cui ricorrere in sola presenza di condotte rilevanti in sede disciplinare e non

altrimenti governabili.

Sotto altro aspetto, l’utilizzo dell’automobile d’azienda altresì per spostamenti privati -alla luce

della durata del rapporto di lavoro sin dall’epoca del 1.07.2003, ossia da circa 6 anni senza

l’intervento di addebiti disciplinari, nonché del rapporto di lavoro del ricorrente alle dipendenze

del Consorzio Acquedotti Riuniti degli Aurunci dal 1.10.1982 – non può ritenersi, in ogni caso,

condotta idonea ad essere legittimamente sanzionata con il licenziamento secondo criteri di

proporzionalità.

In merito alle altre condotte, sulle quali – come già evidenziato- le indagini compiute da parte

datoriale a mezzo di investigatore privato non sono utilizzabili, si osserva comunque che, da un

lato per quanto riguarda la durata delle pause pranzo o delle pause caffè la sanzione del

licenziamento non risulta proporzionata e dall’altro, dall’istruttoria espletata al fine di ottenere un

quadro complessivo della controversia i comportamenti contestati con riferimento alla mancata

effettuazione delle attività inerenti agli incarichi non possono ritenersi provati.

L’investigatore escusso come teste (Sig. C.), infatti, non ha potuto ricordare le circostanze con

precisione, soprattutto con riguardo alle date e agli orari (elemento assai rilevante per quanto

riguarda le pause per il pranzo e per il caffè) e, di contro, le dichiarazioni testimoniali acquisite in

merito al metodo di formazione dei verbali degli interventi non forniscono alcun elemento in

merito alla falsità degli stessi (dai quali risultano interventi operati da parte del ALFA), anzi ne

confermano la genuinità.

Il teste B – indicato da parte resistente – ha, infatti, sul punto riferito che in ogni caso il verbale

delle operazioni veniva redatto alla presenza delle persone che lo hanno firmato, precisando: “Di

regola il verbale deve essere fatto il giorno in cui avviene l’accesso al cantiere, poi se viene fatta

una bozza e il giorno dopo magari viene trascritta in bella questo non lo so dire”.

Alla luce di quanto esposto, il licenziamento deve essere ritenuto illegittimo, con conseguente

ordine di reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro, incontestato il requisito dimensionale

per l’applicabilità della tutela reale.

Alla parte attrice deve essere, poi, corrisposta la prevista indennità corrispondente alle retribuzioni

maturate dalla data del licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegrazione, previa detrazione

dell’aliunde perceptum, alla luce dell’eccezione spiegata e della percezione dei redditi da lavoro

risultante in atti.

Tali somme ammontano, alla luce dei documenti prodotti da parte ricorrente e del relativo

prospetto da quest’ultima depositato e non specificamene contestato, ad E 34.714,00, dall’anno

2011 al 2014, somme che devono dunque essere detratte dall’ammontare del risarcimento.

Per quanto riguarda gli importi percepiti a titolo di indennità di disoccupazione, questi non sono

detraibili a titolo di aliunde perceptum.

Deve precisarsi che in conformità al consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione

“può considerarsi compensativo del danno arrecato al lavoratore con il licenziamento (quale

aliunde perceptum) non qualsiasi reddito percepito dal medesimo, ma solo quello conseguito

attraverso l’impiego della medesima capacità lavorativa” (Così Cass. n. 2929/2005).

In particolare, osserva la Suprema Corte (Cfr. Cass. n. 6342/2009) sul precipuo tema che ci

occupa: “Per come, infatti, ha reiteratamente precisato questa Suprema Corte, le indennità

previdenziali non possono essere detratte, a titolo di aliunde perceptum, dal risarcimento dovuto al

lavoratore a seguito del licenziamento illegittimo intimato dal datore di lavoro, deponendo in tal

senso sia la diversità dei titoli di erogazione che dei soggetti obbligati (cfr. ad es. Cass. n.

18687/2006; Cass. n. 18137/2006; Cass. n. 2928/2005; Cass. n. 3904/2002). E tale conclusioni

valgono anche per l’indennità di mobilità, che costituisce una indennità (sostitutiva del

trattamento) di disoccupazione, erogata per finalità di assistenza e di solidarietà sociale da un ente

pubblico, che è l’unico legittimato a chiederla in restituzione, e che non può essere vanificata sulla

base del distinto piano del rapporto di lavoro, consentendo al datore di lavoro, nonostante

l’annullamento dell’atto di recesso, di avvantaggiarsi, quantomeno indirettamente, di misure di

sostegno poste a tutela del lavoratore”. Nello stesso senso, cfr. Cass. n. 10164/2010.

A tutto quanto illustrato consegue l’accoglimento del ricorso.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

Diritto

PQM

P.Q.M.

– dichiara l’illegittimità del licenziamento intimato al ricorrente;

– ordina alla parte resistente la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro;

– condanna la parte resistente a corrispondere al ricorrente un’indennità pari alle retribuzioni

globali di fatto maturate dal giorno del licenziamento (25.03.2009) a quello della reintegrazione,

oltre interessi e rivalutazione monetaria come per legge, detratta la somma di E 34.714,00;

– condanna la parte resistente al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal

momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione;

– condanna la parte resistente alla refusione delle spese di lite nei confronti della parte ricorrente,

liquidate in complessivi E 6.000,00 per compensi professionali, oltre spese nella misura del 15%,

IVA e CPA come per legge, con distrazione.

Latina, 17.07.2014